SUCCESSE UN MARTEDI' SERA

Un racconto di JACOPO MONTRASI

Successe un martedì sera.
Nemmeno una serata nobile come il venerdì o il sabato.

Macché. Un martedì, anonimo e triste come ogni normale giorno lavorativo.

Fortunato Procella era un bell’uomo, lo dicevano tutti. Alto, prestante, capelli biondi come il fieno d’estate lunghi fino alle spalle, un paio di grandi occhi di quell’azzurro che tinge il cielo, la mattina, in primavera.

Bello, sì. E anche stiloso. Lo vedevi arrivare in ufficio con jeans sdruciti, sneakers, camicia con l’ultimo bottone rigorosamente slacciato e giacca scura con le maniche tirate su, fino a metà avambraccio. Ma il suo asso nella manica era senz’altro il sorriso: quando esplodeva sul suo viso, di rimando eri obbligato a sorridere pure tu, anche se ti aveva appena comunicato che non avresti ottenuto il prestito o che eri indietro di due rate con il mutuo. Sì, perché Fortunato Procella lavorava in banca. E come tutti i banchieri aveva l’orario corto, lo stipendio lungo, una grande macchina e una bellissima moglie.

No. Pensare che lei l’abbia sposato per il conto in banca o solo per la sua avvenenza sarebbe un errore. Si erano conosciuti a un concerto rock dei “The Darkness” quindici anni prima e la bellissima era rimasta colpita dal suo aspetto, ma soprattutto folgorata dalla sua simpatia. Esatto, avete capito bene. Oltre a essere ricco e bello, Fortunato Procella era intelligente, dolce, simpatico e molto, molto empatico. Praticamente il Principe Azzurro in persona. Lei si innamorò praticamente all’istante, e anche lui perse la testa. Fu attrazione animale, belluina. Decisero di frequentarsi, e dopo qualche mese presero una casa in affitto. La convivenza non spense, anzi alimentò la loro passione e, due anni più tardi, li trascinò sino all’altare. Celebrarono un matrimonio di gran classe: pochi fronzoli, un buon ristorante, e un’eleganza sobria diffusa. Bella cerimonia alla quale anch’io ebbi la fortuna di partecipare. Marika, così si chiamava la novella sposa, era al settimo cielo. Felice, innamorata, giovane. Niente di meglio da desiderare. Anche Fortunato era strabiliato. La sua vita era fantastica. Aveva il lavoro che voleva, soldi, tanto tempo libero e, soprattutto, l’amore, quello vero, quello da batticuore.

E qui, da questo racconto ci si aspetterebbe il colpo di scena, come prassi richiede. Un evento inaspettato a rimescolare le carte, a stravolgere l’equilibrio: capita qualcosa, i due si separano, qualcuno muore, succede una catastrofe, o via dicendo.

Niente del genere. Anzi, sei anni dopo nacque una splendida bambina che chiamarono Eride. Il volto di suo padre, il fisico di sua madre, l’intelligenza acuta di entrambi, la parlantina sciolta di un adulto imprigionata nel corpicino di una tenera bambina che, quel famoso martedì, festeggiava i suoi intensi due anni e mezzo di vita. Ebbene, i due sposini erano diventati ufficialmente una famiglia. Neanche a dirlo, una splendida famiglia.

ΑΝΑΓΚΗ

La scusa per ritrovarsi fu una cena di ex colleghi. Erano almeno dieci anni che non si vedevano, e l’idea di Carmelo di inviare un messaggio via Facebook per proporre una pizzata commemorativa in stile vecchi tempi fu accettata di buon grado da quasi tutti gli invitati. Solo Giacomo e Angelo decisero di non partecipare, adducendo motivazioni che parevano oggettivamente false, ma che vennero accettate come veritiere per evitare imbarazzanti questioni. Il luogo designato fu una piccola pizzeria fuori città, caratterizzata da forno a legna, buona birra e proprietari allegri.

Fortunato era quello che sembrava invecchiato meno: aveva compiuto un mese prima quarantatré anni, ma ne dimostrava a malapena trentacinque. Gli altri, be’, si portavano addosso i segni del tempo. Antonio, Manuel e Paolo erano ingrassati e tendenti alla calvizie, Viviana era sciupata nei suoi cinquant’anni, e Fiorella era sempre la solita spensierata ragazzona di provincia, con qualche capello grigio in più e sul viso qualche ruga che non c’era. Ivana in compenso era in splendida forma. Un fisico invidiabile, un volto che l’età aveva reso maggiormente interessante, una massa di capelli corvini, ricci e selvaggi come il suo carattere graffiante. All’attivo, un matrimonio noioso, un amante zerbino, la voglia di tornare ventenne e un debole per Fortunato, serbato nello stomaco per più di un decennio. Come diceva qualcuno: un vecchio amore è come un granello di sabbia in un occhio, che ci tormenta sempre. Credo fosse Voltaire, o chi per lui. Comunque, si accomodarono al tavolo, e lei non perse occasione di sedersi al suo fianco.
La serata cominciò all’insegna dei ricordi.
«Oh, la sera che Antonio e Paolo si sono ubriacati e sono saliti sul treno merci, ve la ricordate?» ghignò Manuel, soddisfatto di aver riesumato quello che per molti era considerato il ricordo più trasgressivo di tutta la loro giovinezza.
«E come te la dimentichi?» rise Viviana «sono tornati in autostop il giorno dopo, tutti sporchi e con i pantaloni strappati!»
«In effetti, fu una grandiosa serata» sottolineò Paolo, annuendo. «Ma anche la fuga senza pagare dal baretto della spiaggia di Jesolo fu mitica» aggiunse, rievocando una pessima serata vissuta da Fortunato e Antonio che, usciti da un concerto glam rock allo stadio San Siro di Milano, si spararono 270 chilometri alle quattro del mattino completamente ubriachi perché avevano stabilito, con ebbra benevolenza, di vedere l’alba al mare. Ammirarono l’alba, questo sì. Ma poi si addormentarono in anfibi e pantaloni di pelle su un molo, e vennero svegliati dalle famiglie che si lamentavano del loro costante e rumoroso russio alle dieci del mattino. Affamati e senza soldi, dovettero utilizzare il vecchio trucco del ‘guarda che ti stanno facendo la multa’ per fuggire dal bar dove avevano appena consumato cappuccini e brioches varie.
«Sei sempre stato un po’ pazzo» miagolò Ivana, le labbra a sfiorare il collo di Fortunato.
«Mi sembra che qui i pazzi siano ben più di uno…» ribatté l’uomo indicando Antonio e Paolo, coppia d’oro delle goliardate della precedente decade.
«Sì, ma loro non hanno il tuo fascino» sussurrò lei al suo orecchio. Fortunato sorrise, leggermente imbarazzato. Poco dopo trovò una scusa per alzarsi e raggiunse Manuel al bancone per il consueto giro di ammazzacaffè.
«Non so voi che pensiate» esordì Antonio dopo il terzo Montenegro, «ma io una volta mi divertivo di più». Tutti poterono percepire la nota di malinconia che rendeva amara la voce dell’amico.
«Insomma, era più facile. Ce ne fottevamo di tutto, bastava divertirsi. Niente di troppo serio, niente cappio al collo. Avevi una ragazza, se ti andava la lasciavi, e il giorno dopo amici come prima. C’era la compagnia, i tuoi fratelli della notte. E quello bastava, quello aveva senso. Avevi un lavoro, non importava quale fosse, perché la sua unica utilità era il fottuto stipendio a fine mese. Stipendio che ti sputtanavi tra aperitivi, feste, donne, fumo, serate. Risvegli improbabili, sorriso costante, preoccupazioni poche, responsabilità nessuna. Vita pulsante. Wild. Un fiume in piena di emozioni, una grandinata di esperienze allucinanti. E guardateci adesso. Come siamo finiti così?» proseguì, fissando gli amici posizionati a cerchio intorno a lui «Siamo insignificanti, proprio come i quarantenni che all’epoca indicavamo con disprezzo. Normali. Mi viene in mente Momo. Quanto abbiamo parlato di quel libro? I Signori Grigi, quelli che si fumavano le sigarette fatte con il tempo arrotolato, ve li ricordate?»
Fortunato ripensò a quel libro, che ormai non leggeva da almeno vent’anni. Nonostante tutto quel tempo, le immagini mentali che da adolescente si era creato di Momo, gli Orafiori e i Signori Grigi, gli affollarono la mente.
“Già” pensò abbassando gli occhi, “ha ragione. Siamo diventati proprio quello che odiavamo da ragazzi”.
«Ora siamo noi i quarantenni» riprese Antonio, strappandolo ai suoi pensieri.
«Forse ci illudiamo di aver capito qualcosa in più della vita. Ma sbagliamo. Siamo sempre lì. A chiederci se quello che abbiamo fatto avrà un senso oppure no. Se qualcuno è fiero di noi. Se ne è valsa la pena. Solo che due decadi fa potevamo decidere di cambiare rotta, di aggiustare il tiro. Oggi non più. Oggi possiamo solo limitare i danni e accontentarci della vita che abbiamo costruito. Ma voi ci riuscite? Siete soddisfatti, davvero? Io no, per niente» concluse, ingollando l’ennesimo amaro.

Il ronzio delle lampade antizanzare riempiva lo stagnante silenzio. Gli amici guardavano ovunque tranne che nella direzione di Antonio. Il disagio era palpabile, stantio come l’aria viziata di uno sgabuzzino chiuso. Fortunato poteva quasi percepire i pensieri che passavano nella mente degli ex compagni di merende. In fondo, Antonio faceva l’operaio. Era l’unico che non si era laureato, che non occupava una posizione di rilievo, e che non superava i 1500€ di stipendio. In più, era pure divorziato e con un figlio da mantenere. Di cosa mai poteva essere soddisfatto?

Immaginava la compiacente constatazione del sentirsi superiori a quell’uomo dipinta dietro le maschere di disagio degli pseudo amici.
«Va bene ragazzi, io devo proprio scappare» disse Manuel, rompendo il maleficio del silenzio.
«Oh, anch’io. Si è fatto molto tardi» intervenne Paolo, prendendo la palla al balzo.
«Allora, andiamo» aggiunse Viviana, sollevata di poter finalmente tornare a casa, «ma vediamo di ritrovarci ancora, e magari senza far passare altri dieci anni!»
«Già, hai ragione!» assentì Fiorella mentre schioccava i consueti due bacini sulle guance, simbolo internazionale di saluto affettuoso. Fortunato si accomiatò da tutti, strinse mani, fece promesse che non avrebbe mantenuto, sorrise parecchio, e, alla fine, con una buona dose di fatica, riuscì a svicolare nel parcheggio. I pensieri ancora rivolti al discorso di Antonio, arrivò all’automobile senza quasi accorgersi di lei. Poi alzò gli occhi. Ivana era appoggiata alla portiera del passeggero e lo fissava con aria sorniona.
«Ivana… cosa, ehm… stavo andando via» balbettò sorpreso.
«Calmati!» rise lei, «non ti voglio mica mangiare. Ho bisogno di un passaggio per tornare a casa, mi potresti accompagnare tu? Giuro che farò la brava» sussurrò con un tono che faceva intendere esattamente il contrario.
«Oh, mi dispiace. Sono già in ritardo e vorrei riuscire a trovare mia moglie ancora sveglia, al rientro» si scusò Fortunato, calcando sulla parola moglie.
«Senti, lo so. Hai ragione, potevo pensarci prima e chiedere a qualcun altro» rimbrottò lei, «ma immaginavo che la serata finisse più tardi, quindi non mi ero ancora posta il problema. E poi su, sei di strada, dovresti solo fare una piccola deviazione» Ivana lo fissava dritto negli occhi. La punta della lingua comparve tra le labbra semi dischiuse, umettandole sensualmente. Sorrise, comprendendo di aver vinto.
«Va bene, andiamo» si rassegnò lui. In fondo la scortesia doveva pur avere un limite.
Salirono in macchina e abbassarono i finestrini. Il gran caldo non dava tregua nemmeno a tarda sera. Fortunato accese l’aria condizionata al massimo.
«Aspettiamo che si rinfreschi, poi partiamo, ok?» disse rivolto alla donna.
«Certo, no problem. Sei tu quello che ha fretta» ammiccò lei.
Fortunato sorrise, in parte pentito di aver acconsentito a ficcarsi in quella situazione.
«Ehiiii, ma bravo!» gracchiò una voce all’esterno. I due riconobbero la cadenza da ubriaco di Manuel.
«Mi raccomando, facci fare bella figura, vecchio bastardo!» continuò l’amico, imitando una copula animalesca muovendo lascivamente avanti e indietro il bacino.
«Smettila di fare lo scemo!» cinguettò Ivana, per niente dispiaciuta della scenetta improvvisata.
«Manuel, ma che cazzo pensi?» sibilò Fortunato, nervoso. L’amico tornò serio per qualche secondo.
«Ma nulla, stavo scherzando… » si scusò sogghignando. Spostò gli occhi verso Ivana, accentuando teatralmente un occhiolino complice.
«Ci vediamo presto, belli. E tieni Excalibur nelle mutande, Artù» ironizzò Manuel ridacchiando, mentre li salutava agitando la mano destra, in stile varo del Titanic.
«Scusalo, è ubriaco» chiarì Fortunato, girandosi verso Ivana.
Lei si limitò a sorridere, sostenendo il suo sguardo. «Lo so, mio cavaliere senza macchia».
Poi improvvisamente si sporse verso di lui, scoccandogli un bacio a stampo sulla bocca.
Un “click” li immortalò così, fissando il momento.
«Ecco una bella foto dei piccioncini!» strombazzò Manuel trafficando con il cellulare, accompagnando la scenetta con una grassa risata da ebbro.
«Sei un vero idiota» gridò Fortunato, scendendo dall’auto e guardando in cagnesco Ivana.
«Cancella quella cazzo di foto. Ma che cosa ti dice il cervello, cretino!» inveì, avventandosi contro l’amico.
«Bum!» notificò Manuel, un secondo prima che la mano di Fortunato gli strappasse il cellulare.
«Pubblicata!» rise a bocca aperta, il volto trasformato dall’alcol.
«Pubblicata?» ripeté Fortunato esterrefatto «Come pubblicata? Dove? Che dici?» continuò incredulo. Cercò di sbloccare il cellulare di Manuel, ma senza successo. Serviva il codice di accesso.
«Dammi questo cazzo di codice!» urlò minaccioso.
«Certamente!» esclamò l’amico «Vieni, ce l’ho scritto qui, tra le chiappe!» continuò trotterellando verso l’entrata della pizzeria schiaffeggiandosi il sedere.
«Oh, ragazzi!» declamò verso l’interno della pizzeria, dove gli altri amici ancora parlottavano intorno alla tavola. «Guardate che bella foto ho postato su Facebook! La coppia che scotta!»
Uno schiaffo lo colpì in pieno volto, sbattendolo a terra.
«Dammi questo fottuto codice» intimò Fortunato, fissandolo con rabbia.
«Ma che cazzo fai?» urlò Manuel, cercando di alzarsi. Era sorpreso e scioccato, ma l’orgoglio lo obbligò ad affrontare l’amico a muso duro. Fortunato lo prese per la camicia e lo tirò fino ad averlo a un centimetro dal volto.
«Io sono sposato. E tu mi stai mettendo nei casini. Non pensi a mia moglie?» la rabbia montava, e i suoi occhi assunsero un’espressione inquietante. Manuel si bloccò, impaurito, schiarendosi i pensieri.
«Immagina cosa potrebbe pensare» sussurrò Fortunato. I suoi occhi erano tornati a essere quelli che Manuel conosceva: lo sguardo spietato e folle di qualche secondo prima era sparito dal suo volto. Lasciandogli la camicia, l’amico continuò: «Cosa potrebbero immaginare le sue amiche, i suoi genitori, i nostri amici, i parenti». Il suo tono era diventato mesto, dimesso. «E tutto per una stupida, insignificante serata».
Manuel riprese il suo cellulare e inserì il codice.
«Scusami, non ci ho pensato» blaterò confuso, «ecco, cancello subito il post, così non… oh cazzo» il suo volto divenne cinereo. «Merda!» esclamò. Alzò gli occhi dallo schermo del telefonino e incrociò quelli di Fortunato.
«Ti avevo taggato. E adesso l’hanno condivisa».
Fortunato non era un grande esperto di Facebook, ma sapeva che taggare qualcuno in una foto significava che il post nel quale essa era contenuta sarebbe comparso automaticamente sul profilo della persona taggata. E sapeva che questo voleva dire che almeno dieci dei loro amici, suoi e di sua moglie, avevano già visto una fotografia nella quale una donna piacente lo baciava sulla bocca, mentre erano comodamente seduti in macchina. Nella sua macchina.
Il mondo regge i terremoti, ma crolla sotto il peso di un dubbio. Il dubbio rode, erode, corrode.
«Comunque l’ho cancellato, quindi nessuno lo vedrà più» annunciò Manuel.
«Mi dispiace, davvero. Non vorrei metterti in qualche guaio. Se vuoi, posso parlare con tua moglie. Spiegarle tutto, sistemare le cose. Sempre che venga a sapere qualcosa, magari ti stai preoccupando per niente».
Fortunato aveva smesso di ascoltarlo. Con il cuore pesante si diresse verso la macchina, e salì al posto di guida.
«Dai, siamo venuti bene!» si vantò Ivana guardando la fotografia scaricata da Facebook, e appena salvata sul cellulare.
«Scendi» sibilò Fortunato.
«Oh, su. Non fare così! Era uno scherzo!» rise lei, civettando.
«Scendi, subito».
«E il passaggio? Non me lo dai più?»
Fortunato la guardò, gelido. L’intensità di quello sguardo spense il sorriso sul volto della donna.
«Non te lo chiederò ancora gentilmente» ringhiò tra i denti.
Ivana si rese conto che la persona che aveva davanti non era il solito, dolce ed empatico Fortunato. Qualcosa di animalesco brillava nel fondo delle scure pupille. Qualcosa che la metteva in allarme, a disagio. Scese dalla macchina senza più parlare. Chiuse la portiera e si allontanò di un passo, appena in tempo per evitare la brusca accelerata con la quale Fortunato sparì nella notte.
«Era solo uno scherzo… » ripeté a Manuel, in piedi poco distante da lei, a capo chino.

Da solo in macchina, Fortunato faceva i conti con il peso della sua anima.
«Uno scherzo» pronunciò ad alta voce.
«Bello scherzo, bello davvero» urlò furente.
Aveva la sensazione che qualcosa lo stesse sbranando dall’interno. A onor del vero, loro non potevano sapere. Non potevano, no. Era rimasto tutto segreto per anni. Ogni cosa. Sepolta da milioni di sorrisi di plastica, sotterrata pazientemente sotto ore e ore di sensi di colpa. Ma lei sì, sua moglie, lei sapeva. Marika lo aveva perdonato, ma sicuramente non aveva dimenticato. E come avrebbe potuto? Erano rimasti insieme, d’accordo. Ma perché? Forse perché all’epoca lei era incinta, al settimo mese. Forse perché voleva affrontare il grande passaggio da moglie a madre avendo al suo fianco un marito. Oppure, non desiderava che sua figlia crescesse senza un padre.
Ma non c’è scampo. Prima o poi il mondo ti presenta il conto. È sempre così.
E quando succede devi pagare, tutto. Conseguenze comprese.
Aveva tradito Marika. E lei lo era venuto a sapere. Perché ci sono uomini che riescono a vivere con due facce, ma lui no, lui di faccia ne aveva una sola, e non riusciva a nascondere le sue emozioni. Motivo per cui per sua moglie non fu troppo difficile comprendere che, dietro i suoi occhi bassi, Fortunato cercava di occultare un segreto. Dopo la scoperta e la conseguente resa incondizionata sigillata da un’amara confessione, seguirono mesi d’inferno: litigate per ogni minima questione, sospetti a ogni messaggio, diffidenza verso ogni telefonata, minacce di divorzio a ogni fottuto ritardo a lavoro. E tutto per mezz’ora di sesso. Aveva sbagliato, è vero. Ma la punizione fu terribile. Un costante, quotidiano stillicidio. Molte volte era arrivato alla conclusione di mandare al diavolo tutto, e lasciare Marika. Ma come avrebbe fatto con Eride? Era appena nata, ma già l’adorava. Non voleva perderla, per niente al mondo. E figuriamoci se un giudice l’avrebbe affidata a lui. Quindi aveva ingoiato per mesi chili e chili di serchio, maledicendosi e maledicendo il momento in cui aveva ceduto alle lusinghe di quella donna, della quale non voleva nemmeno ricordare il nome.

Decisero di far passare sotto silenzio la questione. Marika si vergognava del tradimento quasi fosse una sua colpa, così come un malato si vergogna della sua malattia. Lentamente, il tempo lisciò il dolore, delicato e impercettibile come acqua sulla roccia. Solo dopo un anno le cose cominciarono ad andare meglio. Sua moglie, finalmente, si convinse di quello che Fortunato ripeteva ipnotico ogni giorno. Era stata solo una sbandata. Una sciocchezza. Una debolezza. Non sarebbe mai più ricapitato, mai. Perché lui amava lei, soltanto lei. E l’aveva sempre amata. Ricominciarono a fare l’amore. All’inizio timidamente, come fossero entrambi adolescenti impacciati. Poi, in seguito, l’intesa e la complicità tornarono sopra e sotto le lenzuola.
Per Fortunato, fu la fine di un incubo. Giorno per giorno riguadagnava la fiducia di sua moglie con un comportamento irreprensibile. Adorava Marika ed Eride, e si sarebbe tagliato un braccio se avesse potuto in qualche maniera cancellare l’errore commesso in passato.
«E adesso questo» imprecò mentre il cancello elettrico si apriva con infinita lentezza davanti ai fari impazienti.
Non sapeva nemmeno che fare. Parlarne subito con Marika? Non dire nulla e sperare che tutto potesse finire annegato in una serata d’ansia. Cancellare le prove e cercare di…
«Ma prove di cosa?» si schernì ad alta voce, salendo velocemente le scale.
«Non ho fatto nulla, ora basta» si fece coraggio prima di aprire la porta di casa.

Marika lo attendeva seduta sul divano, in penombra. Eride dormiva nella stanza a fianco, emettendo un lieve russio, amplificato dal sacrale silenzio della casa.
«Ciao» sussurrò flebilmente Fortunato, cercando di analizzare nei minimi particolari l’espressione della moglie.
«Cosa facciamo adesso?» rispose Marika, senza emozioni.
«Ascolta amore, ti assicuro che… »
«So già tutto. Non ti devi giustificare» lo interruppe la donna.
«Ah, meno male. Temevo tu potessi pensare… ehi, ma cosa sai? Perché se hai solo visto la foto su Facebook, ti sbagli, non… »
«Ti ho appena detto che so tutto. Conosco la storia dello scherzo, mi hanno chiesto scusa per la goliardata della fotografia, mi hanno spiegato ogni singola cosa» ribadì Marika seccamente.
«Ma chi?» chiese Fortunato, rincuorato da quella che sembrava una buona notizia.
«Il tuo amico Manuel. Era ubriaco, e aveva bisogno di giustificarsi. Il senso di colpa lo stava uccidendo, o, almeno, così mi ha detto».
La freddezza nella sua voce non lasciava presagire nulla di buono. Fortunato si chiese come recuperare la situazione. «Bene, sono contento che tu sappia come siano andate le cose» bisbigliò, sperando di chiarire la questione.
«Fortunato» ammonì Marika con tono scuro, «chiederò la separazione. E probabilmente il divorzio».
La voce trapassò di netto Fortunato, colpendo la parete della stanza dietro di lui. Rimase così, immobile, immerso in un dignitoso silenzio, come l’uomo che sul patibolo attende il colpo mortale del boia.
«Non è colpa tua. Non questa volta. Sono io, non ce la faccio. Non posso sopportare di soffrire ancora. E non mi sono mai più fidata realmente di te. Da quando è successo, la mia vita con te è finita. Ogni rapporto una sofferenza, ogni sorriso una finzione. Non ho avuto il coraggio di lasciarti all’epoca. Avevo paura. Ma questo è peggio» le sue mani erano giunte, strette tra le ginocchia.
Fortunato non aveva il coraggio di alzare gli occhi. Quante carezze elargite da quelle mani. Quanti sguardi carichi di passione lanciati da quegli occhi ora pieni di lacrime. Quanta gioia alla notizia della gravidanza. Quante volte a parlare di nulla per ore. Quanti risvegli, cullato da un abbraccio amorevole. E ora? La fine. La solitudine che lo aspettava dietro una porta chiusa.
«Ci ho provato, credimi. Ma non ci riesco più» continuò Marika.
«Basta una piccolezza per farmi crollare il mondo addosso. Di nuovo. Io ho diritto di essere felice. E non merito di morire ogni volta che un dubbio mi buca il cuore.» Piangeva in silenzio, ma nei suoi occhi vi era una risolutezza che non lasciava via di scampo alle speranze di Fortunato.
«Vattene» sussurrò malinconica, «per favore.»
Fortunato Procella era un bell’uomo, lo dicevano tutti. E anche durante la violenta fitta al cuore, il suo volto non si deturpò al punto da risultare sgradevole. Percepì una singola coltellata nello stomaco. Nemmeno così dolorosa. In lontananza percepiva ancora la voce di sua moglie, della sua amata Marika, che continuava a parlare, mesta. Si estraniò. Nella sua mente scese il buio.  L’unica cosa a cui riusciva a pensare era il suo tradimento. Rivedeva la migliore amica della moglie mentre lo faceva bere e poi lo trascinava in camera, mezzo stordito. Ritrovò se stesso, indifeso davanti agli occhi di Marika, confessare il suo peccato. Le lacrime, le urla di rabbia e disperazione. E ripensò al tempo che venne dopo. Quel tempo rubato dove entrambi fingevano lui fosse una persona migliore. Il tempo in cui trovò senso il concetto di solitudine, dipinto da occhi freddi e mani assenti, laddove, in passato, due anime complementari avevano spiccato il volo scalando il cielo.

Fine.

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