CINISMO

Un racconto di JACOPO MONTRASI

Il mio nome è Martin Cherubini, ho ventidue anni, circa 800.000 € sul conto corrente, e sono un bastardo.
Lo sono sempre stato, fin da bambino.
Ricordo che in terza elementare piantai la punta del compasso nel palmo della mano di una ragazzina che rifiutò il mio primo bacio. Alle medie picchiavo i compagni con un tirapugni artigianale, e in prima liceo facevo i soldi buttando a terra le vecchie per sfilargli la borsa.
Sono un bastardo, ve l’ho detto.
Ah sì, sono anche scurrile. Non vi sta bene? Ok, non leggete.
Non ho mai conosciuto i miei genitori. Mi hanno detto che quella sera mio padre guidava ubriaco, e non aveva visto il camion. Cioè, dico: un cazzo di camion. Come fai a non vederlo? Comunque, morirono entrambi, sbudellati dal cofano della loro macchina proiettato all’interno dell’abitacolo.
Che schifo di modo per andarsene.
Come orfano, sono cresciuto nelle casette. Voi le chiamate casa famiglia, ma vi assicuro che di famiglia lì non ce n’era nemmeno l’odore. In compenso, il puzzo di piscio era talmente forte che lo sentivi fin dentro al cervello.
Ma alla fine ci abituiamo a ogni cosa. Impariamo a sopportare tutto.
Se hai avuto un’infanzia come la mia, cresci duro. Dritto.
Vi chiedete perché gli stranieri vi fottano, perché siano più forti di voi. La risposta è semplice. Perché arrivano da un mondo dove quello che hai lo devi strappare dalle mani del tuo vicino. Dove avere un letto caldo tutte le notti non è scontato. Loro sanno cosa vuol dire saltare un pasto. Avere fame. Voi che cazzo sapete? Qual è la più grande sofferenza che avete vissuto? Non vi hanno comprato il motorino? Vi hanno bocciato a scuola?
Mi fate ridere. Parlate di dolore senza sapere nemmeno cosa sia: usate i vostri insignificanti patimenti o privazioni per cercare consolazione, per farvi compatire. Chi di voi ha sofferto davvero, sa di cosa parlo. Criticate, datemi del bugiardo, eroi di cartone. Siete così presi dal voler essere politically correct da non rendervi conto che ormai non avete più nemmeno un’opinione che sia realmente vostra. Vi hanno insegnato cosa è giusto, e cos’è sbagliato. Vi hanno indottrinato, plasmato.
Ora siete soltanto marionette convinte di avere un’anima.
Indignatevi, poveri scemi.
E intanto odiate quello che vi dicono di odiare.
Amate ciò che vi dicono di amare.
Siete perfetti. Tutti uguali, ma perfetti.
Non è così?
Ah, sì. Avete ragione. Voi non siete tipi da fare gli anticonformisti conformandovi alla moda del momento, non avete pantaloni a culo basso o che lasciano le caviglie scoperte, e sicuramente non indossate il cappellino a vent’anni come dei fottuti minorati mentali.
No, non voi.
Voi siete quelli che non sopportate la violenza sulle donne, che condividete post sulla parità dei sessi e sul rispetto per il sesso debole. Poi vi ammazzate di seghe con porno sulle gangbang, creampie, blowjob, bukkake, footjob, deepthroat.
Siete quelli che non hanno pregiudizi. Adorate i gay, gli extracomunitari, i vegani, i cuccioli. Poi se siete con gli amici in branco, immigrati del cazzo, froci, cani di merda.
Vi conosco, amici miei.
Ma non c’è niente di voi che mi interessi più di tanto: vi disprezzo, sì, ma in fondo mi siete praticamente indifferenti.
Per questo ho deciso di uccidervi. Perché, per me, non siete nulla.
La prima volta che successe non fu un vero e proprio caso, ma sicuramente non fu premeditato. Avevo sedici anni e, mentre dormivo, un vecchio cercò di rubarmi il cappello. Mi svegliai di soprassalto, spaccai una bottiglia di birra e la infilai nel suo pancione da alcolizzato. Sono finito al minorile ma, valutato il mio gesto come eccesso colposo di legittima difesa, mi son beccato solo due anni. E devo dire che mi sono divertito. Lì dentro ho conosciuto gente interessante, e ho scoperto anche quanto potesse essere fantastico leggere. Davvero. Le mie giornate passavano sfogliando pagine di libri. Dai classici greci e latini, alla letteratura mondiale. Dalla guerra di Omero alle peripezie di Enea, passando dal dolce stil novo di Dante, avventurandomi nei mari con Melville e perdendomi nel verismo di Verga. Ho letto molto, ho pure studiato, e ho continuato anche quando sono uscito. Oggi conosco il latino, e un po’ di greco. Ho una buona base classica di filosofia, e delle conoscenze storico politiche che definirei quantomeno sufficienti.
E, naturalmente, so uccidere molto bene.
Tant’è che ora mi pagano, per farlo.
Ho cominciato appena uscito dal carcere. Ricordo che in strada girava voce che una nuova piccola gang voleva farsi spazio tra i latinos nelle piazze di spaccio. Un mio amico pusher conosceva il presunto capo dei golpisti. Mi sono presentato a lui dicendogli che avrei ucciso, a pagamento, chiunque mi avesse chiesto di assassinare. Lui sghignazzò. Sguaiatamente. Parlò nel suo idioma spagnoleggiante con gli altri amichetti presenti nella stanza, indicandomi e facendosi delle grasse risate insieme a loro. Ma io non risi: tirai fuori la pistola che avevo comprato da un rom due giorni prima, la puntai su uno dei tizi che si scompisciavano, quello che mi sembrava il meno influente, e sparai. Lui non gridò nemmeno. Mi guardò come non credesse a ciò che era appena successo. Spostò lo sguardo sui suoi compari, ribadendo un muto concetto del tipo: “ma avete visto lo stronzo, cosa ha fatto? Ha osato spararmi, qui, in mezzo a noi?” Come se fosse più incazzato per il gesto, piuttosto che per la conseguenza. Morì così: con la faccia dell’incredulità. Lasciando una riga rossa sul muro, mentre scivolava lentamente in posizione seduta. Alla fine sembrava uno di quei barboni che si addormentano ubriachi sotto i portici del centro, appoggiati alle colonne.
Avreste dovuto vedere gli altri!
Smisero subito di ridere, urlarono come forsennati e mi puntarono addosso almeno quattro pistole. Mi guardavano come fossi un fottuto alieno piombato nel bel mezzo della loro cameretta dei giochi. Io rimisi la pistola in tasca, e fissai il capo. Mi giocavo la vita, non potevo fare errori. Sostenni lo sguardo in mezzo alle grida, tra i rumori delle pistole che scarrellavano per mettere il colpo in canna.
Durò un’eternità.
Ma alla fine il bastardo alzò una mano, e parlò: “Estas loco, amigo”.
Mi aveva assunto.
Avevo da poco compiuto i diciotto anni.
Durante quell’inverno freddai sei persone. Perlopiù piccoli spacciatori. Nessuno di rilevante.
Il tutto mi fruttò 18.000 €. Ero un killer alle prime armi, dovevo tenere le tariffe al minimo sindacale. Oggi un omicidio vi costerebbe intorno ai 15.000 €. Comunque, la mia carriera proseguì felicemente per un bel po’. Fu fantastico. Quelli furono gli anni ruggenti, costellati di omicidi, di sfregi, gambizzazioni, pestaggi con tirapugni, minacce, estorsioni, e altre cosette così.
Ma adesso sono cambiato. Ormai mi sono fatto un nome. La feccia mi chiama “Sentenza”, come il cattivo del film di Sergio Leone. Lo fanno perché, una volta che mi pagano, porto sempre a termine il lavoro. Questo era il suo motto, ed è anche il mio. Me ne fotto di chi devo uccidere. Per me siete tutti uguali. Uomini donne, vecchi, giovani. Non me ne frega un cazzo. La mia morale si chiama Euro.
Non scandalizzatevi, santarellini. Non siamo poi così diversi, io e voi.
Solo che io ammetto di essere un bastardo.
Voi no, eppure, per soldi, fate cose orribili.
Comunque.
Il salto l’ho fatto due anni fa, quando il mio boss fu ucciso.
Inizialmente mi ritrovai disoccupato, poi compresi che era la mia possibilità. Rifiutai un paio di proposte allettanti, ma che mi avrebbero riportato nel giro delle gang latine, senza permettermi di evolvere. Dopo sei mesi, finalmente, arrivò la grande occasione. Fui assoldato da un non ben specificato cliente Croato, chiaramente un prestanome, per far fuori un politico di influenza, diciamo, regionale. Un pesce piccolo, certo. Ma uno giusto. Un fottuto politico! Voleva dire entrare nel mercato che conta. Mi occupai di lui due settimane più tardi, giusto il tempo di studiarmi un po’ le sue abitudini. Lo presi davanti alla casa della sua amante. Decisi di ucciderlo all’uscita, anche se avrei potuto farlo prima che entrasse. Ma in fondo, perché non fargli fare l’ultimo giro in giostra? Gli sparai in bocca mentre cercava di pronunciare “ti prego”. Poi mi venne da ridere: sparare in quella bocca, da dove erano uscite chissà quante odiose bugie. Giustizia divina.
Mi pagarono bene, quasi 50.000 €. Ma sapevo che era solo un test, e che ce ne sarebbero stati altri. Così fu, infatti. Uccisi un imprenditore, un poliziotto corrotto, un autista impiccione e una segretaria con il vizio di vendere segreti di Stato.
Poi, l’incarico serio. Un pezzo da novanta della Prima Repubblica. Doveva sembrare un incidente, come ovvio. Mi appostai davanti a casa sua, e ne studiai i ritmi. Era un vecchio del cazzo, quindi aveva abitudini pallose e sempre uguali. Ci misi una settimana per sapere esattamente quante volte pisciasse ogni giorno, quanto mangiasse, quanto tempo dedicasse alle telefonate, quanto al letto e quanto alla televisione. Decisi di ucciderlo al mattino, quando, dopo i bisogni corporali, si concedeva un lungo bagno caldo. Entrai dalla classica porta sul retro. Viveva solo, quindi nessuno a rompermi le palle. Indossavo la maschera di Paperino coperta da una felpa con il cappuccio, onde evitare problemi con le telecamere interne ed esterne. Arrivai alle sue spalle e, semplicemente, lo spinsi sott’acqua tenendolo per la testa, così da non lasciare lividi. Era debole, anziano. Non feci alcuna fatica. Fui dolce, per quanto possibile. Quando smise di respirare, lo tirai fuori e lo appoggiai in modo che sembrasse scivolato nella vasca di testa, avesse preso una botta e non fosse riuscito a tirarsi fuori in tempo per respirare. Questo perché durante l’autopsia avrebbero sicuramente riscontrato acqua nei polmoni, sintomo che non era morto di infarto o altro, ma di annegamento. Presi la sua capoccia bagnata e la feci sbattere un paio di volte contro il bordo della vasca, con forza. Poi lo posizionai con cura, e me ne andai. Un paio di giorni dopo, al telegiornale, ascoltai la notizia della morte accidentale del pover’uomo che aveva speso la vita al servizio dei cittadini, anteponendo gli interessi della Patria a quelli personali. Un uomo retto e timorato di Dio, per il quale qualcuno un po’ meno timorato aveva versato 75.000 € al fine di assicurarsi smettesse di ammorbare il mondo con il suo fottuto puzzo. Ero felice, quella sera. Mi concessi una sonora ubriacata in compagnia di un paio di escort da tre testoni a notte. Ce l’avevo fatta. Ero dentro. Nel giro vero, nel giro serio.
Certo, avevo ventun anni ed ero solo un killer, ma forse, un giorno, sarei potuto diventare qualcosa di più.
Un capo. Un boss.
Perché, vedete, voi siete nati pecore, ma io pastore.
Sono fatto per comandare, per vedere lontano, per capire i meccanismi. Miro in alto, poiché sono un uomo vero, con due palle quadrate.
Ma non preoccupatevi. Belate, chinate il capo e fatevi fottere. Quello è il vostro destino.
Dopo il vecchio, mi occupai di un militante di un partito che era diventato un po’ troppo zelante, e voleva cambiare le regole del gioco. Lo avvisarono un paio di volte, poi mi toccò piazzare con una siringa una piccola carica esplosiva nella caviglia del suo cavallo, e farla detonare durante una galoppata ventre a terra. Si spezzò il collo così, senza bisogno che intervenissi ulteriormente. La piccola carica era studiata per non lacerare la pelle del cavallo, così quando il veterinario forense analizzò la ferita, seppur con qualche perplessità (che limai con 20.000 €) convinse gli investigatori del fatto che si trattasse di una caduta accidentale, data dalla rottura della caviglia dell’animale, probabilmente dovuta al terreno sconnesso e alla forte velocità. Altri 60.000 € sul mio conto online. Tutti non rintracciabili, naturalmente.
Dai, non ditemi che voi ancora avete il classico conto in banca o in posta! Che pagate le tasse a quei fottuti vampiri che vi governano! Su, gente, svegliatevi. Esistono le criptobanche, lo sapete? Avete presente conti anonimi, bitcoin, deep web, peer to peer? Ecco, allora usateli, imbecilli. Lavorate una vita per farvi fottere i quattro soldi che avete sudato da infami parassiti che nemmeno avete mai visto in faccia? Vi sembra logico?
Ma non divaghiamo. Chissenefrega.
Tutto, nella mia vita, andava a gonfie vele.
A ventidue anni avevo 732.000 € sul conto corrente, una bella macchina, quattro discreti appartamenti in tre città differenti, e una vita sessuale alquanto soddisfacente. Il cinismo paga. Sì, è vero, non ho trovato l’amore. Ma vi assicuro che i soldi ti comprano l’affetto spropositato delle migliori donne in circolazione. E dovete vedere i numeri che sono disposte a fare una volta messe orizzontali.
Be’, come dicevo, tutto andava a gonfie vele.
Poi arrivò il nuovo ingaggio.
100.000 € tondi.
Bene. Benissimo. Un lavoro perfetto.
C’era solo un problema: non ne sarei uscito vivo.
Non tanto per la difficoltà, che, a ben vedere, non era poi così proibitiva.
No, non per quello. Ma la vittima era troppo grossa.
Troppo.
Non so chi lo volesse morto, a questo livello non ho mai interazioni dirette con i clienti. Il lavoro me lo passa il mio contatto. Ma chiunque fosse il mandante, io sarei stato freddo un secondo dopo aver compiuto la mia opera. D’altro canto, rifiutare era impensabile. Voleva dire morire, subito. E la fuga andava programmata, ci voleva tempo. Non scappi da loro con facilità. Devi avere tempo per studiarti una via d’uscita, soldi, tanti, e amici che ti possano coprire almeno nei primi giorni. Giusto il tempo di far perdere le tue tracce. Io avevo soldi, sì. Il tempo me lo dovevo guadagnare, e gli amici, be’, sorvoliamo.
Calcolai che accettare l’incarico voleva dire avere, considerato il peso della vittima, almeno sei mesi per programmare l’omicidio.
E quindi per organizzare la mia sparizione.
Sei mesi sembrano molti, detto così.
Ma quando vivi con l’angoscia, passano veloci.
Così, eccomi qui.
Scrivo, nella lussuosa stanza d’albergo che ho affittato. Lo faccio per calmarmi.
Fra poco metterà il muso fuori dalla sua tana.
Sento già la folla in strada che attende inquieta.
Lo ucciderò, certo. Mi chiamano “Sentenza”, ricordate?
Poi svanirò. Sempre che ci riesca.
Volete conoscere il mio piano? Col cazzo. Non spiegherò di sicuro le mie intenzioni qui.
Questi fogli rimarranno nella camera d’albergo come mio lascito al mondo. Ma tanto non li leggerete mai. Verranno fatti sparire da qualche politico inamidato. Uno di quelli che, probabilmente, ha ordinato la sua morte. E se non ammazzano me e non avranno già pensato a un bel capro espiatorio: uccideranno un povero invasato e gli butteranno addosso la colpa.
Già. Scommetto che hanno già preparato l’amo.
Di mio, posso sentire il fiato sul collo dei colleghi assoldati per uccidermi. Li vedo, occhi che mi scrutano dagli angoli della strada, piccole matite a segnare le mie abitudini su foglietti che verranno bruciati una volta commesso l’omicidio. E immagino la faccia convinta dello scemo al quale avranno piazzato in mano 10.000 € e una pistola uguale alla mia, da mostrare alla stampa una volta che fosse morto nel classico scontro a fuoco con la Polizia.
Non vi ricorda qualcosa? Tipo Oswald e il suo moschetto Carcano?
Normale, nel mio mondo.
Va bene. Ho perso fin troppo tempo.
Eccolo.
È uscito, tocca a me, devo andare.
Spero di poter vedere ancora una volta l’alba, domani.
Sarà difficile, vorrebbe dire che, incredibilmente, l’ho sfangata.
Chissà?
Se così fosse, un giorno, uno di voi potrebbe ritrovarsi occhi negli occhi con l’uomo che ha ucciso il Papa.

Fine.

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