L'ULTIMO INCONTRO

Un racconto di JACOPO MONTRASI

L’ultima volta che incontrai mia madre fu un giovedì.
Un normalissimo giovedì di novembre.
A quel tempo, con mia moglie e mia figlia di due anni e mezzo, risiedevamo in un appartamento a trecento metri di distanza dall’abitazione dei miei genitori. Ogni mattina, poco prima delle sette, mia madre apriva la porta di casa nostra e si sedeva in silenzio sull’ampio divano, in attesa che io e Gloria finissimo di prepararci per andare in ufficio. «Così non dovrete svegliare all’alba la mia principessa» diceva. Spesso mi ero reso disponibile a portare la bambina a casa sua, evitando di farla venire a piedi fino al nostro condominio, ma si era sempre rifiutata. «Lascia dormire il mio angioletto» borbottava, «veglierò io su di lei, fino al suo risveglio.»
Come tutte le mattine, quel giovedì uscii precipitosamente di casa, perennemente sul filo del ritardo al lavoro. Sussurrai un velocissimo «Ciao, a dopo!» a mia madre, e le scarmigliai i capelli. Assonnato e apatico, mi recai in ufficio e cominciai a trafficare con i consueti documenti che monopolizzavano tirannicamente otto ore della mia quotidianità. Ma quel particolare giorno una telefonata scolpì, con un singolo e bene assestato colpo di cesello, il corso di tutta la mia esistenza futura. Mio padre, la voce che giungeva direttamente dall’oltretomba, mi comunicò la notizia dell’improvvisa dipartita di mia madre.
«Dicono sia stato un infarto» biascicò tra le lacrime. Come sottofondo alla sua voce, frenetici rumori del pronto soccorso: il vociare nevrotico di medici e infermieri, gli altoparlanti che gracchiavano parole incomprensibili.
Provai un senso di gelida incredulità, di impotenza. Come se un baratro si fosse spalancato sotto i miei piedi. Il mio cervello ci mise un freno, per non impazzire dal dolore.
Non poteva essere.
No. Avrei risolto tutto.
Come al solito.
Una volta giunto in ospedale, mi fiondai al Pronto Soccorso e vidi mio padre, alla fine del lungo corridoio, il volto sconvolto, mano nella mano con la mia dolce Carmilla. Una tetra consapevolezza mi schiantò il cuore: non c’era nulla da risolvere, nulla da dire. Era finita, semplicemente. Piansi, abbracciando quell’ombra che una volta fu mio padre. Qualche minuto dopo ci raggiunsero due infermieri che, dopo aver espresso il loro dovuto cordoglio, ci scortarono in una saletta isolata e silenziosa dove, adagiato in un lettino asettico, giaceva il corpo di mia madre. I suoi lineamenti erano rilassati, e le sue labbra leggermente schiuse, come sorridesse alla morte. Ci dissero che non aveva sofferto, che era giunta in ospedale già in stato di coma.
«L’infarto è stato fulminante» decretarono consolatori, «probabilmente non si è nemmeno resa conto di morire». Eravamo frastornati, incapaci di qualsiasi pensiero o decisione. Ci avvisarono che di lì a poco la salma sarebbe stata tradotta nelle sale comuni dell’obitorio ospedaliero, e che ci saremmo dovuti rivolgere a un’agenzia di pompe funebri per sbrigare le pratiche inerenti il decesso. I giorni successivi li ricordo come fossero avvolti dalla nebbia. Presi accordi per la sepoltura, firmai contratti, decisi l’abito con il quale mia madre avrebbe dovuto imprimersi indelebilmente nei miei ricordi. Andai a vivere per qualche giorno nella mia vecchia casa, per non lasciare solo l’uomo che condivise con lei gli ultimi quarant’anni di vita. Spiegai a mia figlia, con doverose glissate, che la nonna era andata in cielo e che ci avrebbe protetto da lassù. In qualità di ateo reo confesso, probabilmente non fui molto credibile, e mia figlia mi guardò con un misto di stizza e di risentimento, come sospettasse stessi cercando di nasconderle qualcosa. Perdendomi nei suoi piccoli e incontaminati occhi, presero forma tutti i miei rimpianti. Tutto ciò che avrei voluto dire a mia madre, prima che morisse. Le piccole attenzioni che avrei voluto dedicarle. La sua voce, che avrei voluto sentire un’ultima volta.
“Mamma… ” pensai, cercando di trattenere le lacrime. “Perché te ne sei andata? Non era il momento, no. Non ancora. Come farò senza di te? Oddio mamma, di quante cose avrei voluto parlarti. Perdonami per tutte le volte che ti ho ferita, per tutte le volte che ti ho delusa. Mi dispiace per le notti passate in bianco a causa mia, mi dispiace per le stupide parole dette in momenti di rabbia. Avrei voluto esserci di più per te. Ascoltarti di più. E dirti, ogni giorno, quanto ti amassi. Renderti orgogliosa, fiera di me, e ringraziarti per tutto quello che hai fatto. Vorrei essere stato un figlio migliore. Averti resa felice. Felice, sì. Te lo saresti meritato.”
«Te lo saresti meritato» ripetei ad alta voce, senza rendermene conto.
Mia figlia mi guardò incuriosita, poi mi strattonò il ginocchio.
«Papà, mi leggi una favola?» mugugnò imbronciata.
«Certo amore mio!» risposi imbarazzato, accarezzandole i soffici capelli.
«Che favola desideri?» proseguii, cercando invano di ricomporre la mia anima spezzata.
«Cappuccetto rosso» esclamò felice.
Cominciai a leggere, i miei pensieri abbandonati in un sordo dolore.

Fine.

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