GUARDA

Dal punto di vista linguistico, il vocabolo prospettiva è la forma femminile sostantivata di prospettivo, derivante a sua volta dal latino tardo prospectivus, dal significato: che assicura la vista.

CON I MIEI

Un modo per regolare l’informazione veicolata in un racconto consiste nella scelta di una prospettiva o punto di vista. Si dirà che il racconto è focalizzato o non focalizzato, a seconda che il racconto si modelli sul punto di vista di uno o più personaggi (focalizzato) oppure che provenga direttamente dal narratore, senza limitazioni dell’ambito percettivo (non focalizzato).

OCCHI

Il punto di vista può essere definito “dal di dentro” nel caso il narratore conosca già tutto della storia, se egli conosce solo quello che sanno i suoi stessi personaggi o è egli stesso un personaggio, come accade per l’io narrante, oppure “dal di fuori” se il narratore si distacca volutamente da ciò che narrano.

MelitaSterpi si guardò allo specchio con aria disillusa.

I suoi occhi si posarono impietosi sul lieve solco che l’elastico delle mutandine creava tra i rotolini di adipe nei fianchi, facendola sentire grassa e inadeguata.

«Umpf… maledizione. Sono diventata una mucca» bofonchiò sottovoce.

«Devo smetterla di mangiare come un pozzo senza fondo» cambiò tatticamente gli slip con un perizoma un po’ più largo, e indossò il vestito. L’effetto mucca sparì sotto il tessuto nero. “Peccato il resto” pensò stizzita, osservando la forma generosa della pancia tracimare dagli argini della gonna. Si truccò velocemente e uscì dal bagno, evitando di scrutare il proprio riflesso nello specchio.

 

Danilo attendeva da circa venti minuti. Seduto in macchina, ascoltava un vecchio brano dei Blur, mentre scorreva noiosamente sullo smartphone i vari post di Facebook. Guardò l’orologio con impazienza. «Avanti, quantoci vuole?» esclamò sbuffando, uscendo dall’automobile. Il freddo lo colpì in pieno volto. “Brrr, si congela!” pensò mentre accendeva una sigaretta. Erano ormai tre anni che frequentava Melita e, giorno dopo giorno, si era reso conto di come lei fosse senza ombra di dubbio la donna della sua vita. Non avevano mai litigato molto, e avevano sempre avuto una buona intesa sopra e sotto le lenzuola Certo, il suo tipo ideale di donna avrebbe dovuto possedere un fisico potenzialmente più tornito, ma in fondo non si poteva lamentare. Negli ultimi tre mesi, be’, doveva ammettere che forse le cose si erano incrinate: Danilo supponeva fosse perché avevano cominciato a parlare di convivenza, e la cosa, per quanto invitante, spaventava entrambi, facendo lievitare la tensione nella coppia. Vide la luce sulle scale del palazzo accendersi, e sentì lo scatto della serratura del portone in vetro. Melita era finalmente uscita di casa.

«Alla buon’ora!» borbottò Danilo buttando la sigaretta. Si infilò in macchina e accese il riscaldamento. Qualche istante dopo, la portiera del passeggero si aprì e Melita fece capolino con un sorriso.

«Buonasera!» esclamò stampandogli un bacio rumoroso sulle labbra.

«Siamo in ritardo folle! La festa è iniziata venti minuti fa!» rispose Danilo, sorridendo.

«Sì, be’, dovevo prepararmi… e poi una signorasi fa sempre aspettare, non lo sai?» disse civettando. Si sedette in auto e accarezzò con la punta delle dita il volto schietto del ragazzo.

«Andiamo, su! Non hai detto che eravamo in ritardo?» squittì felice. Poi si accorse dello sguardo di Danilo che impietosamente si era soffermato sulle sue gambe, e le sembrò di notare, anche se solo per un fugace e impercettibile momento, un moto di ripulsa. Imbarazzata, si coprì al meglio stiracchiando con le mani la povera gonna, mentre una fitta le bucava il cuore. «Allora, chi ci sarà stasera?» cercò di intonare con voce spensierata, per superare il momento di impasse.

«Solita gente. Alcuni non li conosco, sono amici di Diego. Della nostra compagnia ci saremo noi due, Frank, Simone, Luciana, Felice e Rosy, Diego e, naturalmente, quello scemo di Marco» rispose Danilo di rimando, troppovelocementeper uno che non si sentisse a disagio.

 

Una pioggerella leggera spruzzo l’automobile ferma al semaforo. La luce rossastra illuminò il volto simmetrico di Melita. “Peccato abbia questa fissa del peso” pensò Danilo, spiandola di sottecchi. Le linee delle labbra carnose disegnavano una bocca sensuale, esaltata dal rossetto rosso vivo, e il trucco in stile smokey eyesfaceva risaltare l’azzurro limpido dei suoi occhi a mandorla. Ebbe un’improvvisa voglia di boicottare la festa e passare le ore successive a casa, facendo l’amore con Melita. Si girò verso di lei, risoluto, ma la vide mentre, irritata e collerica, cercava in tutti i modi di coprirsi le gambe. Sentendosi a disagio a causa di quel gesto esplicito, evitò la proposta e allo scattare del semaforo ripartì. In quel periodo i loro rapporti si erano leggermente deteriorati, non al punto da portarli a interrompere la loro relazione, ma abbastanza da consentire a Danilo di imbarazzarsi nel chiederle di rimanere a casa a far l’amore. Melita era spesso ombrosa, e sfogava il suo malumore erigendo gabbie di imbarazzante silenzio, dalle quali Danilo non sapeva mai come uscire, se non alimentando il silenzio stesso. Così capitava passassero serate intere senza spiccicare parola, magari davanti a un film, fianco a fianco sfogliando e commentando le varie fotografie su Instagram, o ancora con Melita che cucinava le sue abbondanti cenette per lui e gli amici. Francamente, a Danilo la cosa non pesava. Non era una persona di grandi pretese, e soprattutto la amava, quindi accettava molti comportamenti che in passato, con altre donne, non aveva mai tollerato. Rimaneva il problema del peso, , ma era secondario. La cosa importante era che Melita si sentisse bene con se stessa. Del resto non gli importava. Allungò una mano sfiorandole una coscia, ma sentì la ragazza ritrarsi con un tremito e comprese che, probabilmente, non era il momento di cercare un contatto fisico. Si schiarì la voce con una punta di imbarazzo, alzando il volume dell’autoradio.

 

“Ma che diavolo mi è saltato in mente di infilarmi in questo vestito?” pensò Melita, sconsolata. “Con questa ridicola gonnellina che lascia tuttoinesorabilmente in vista, e questa scollatura gigante che risalta le mie belle braccia da camionista… facevo meglio a chiudermi in camera, altro che andare a una festa con il mio ragazzo!” Le sue mani stringevano la borsetta posizionata sapientemente a coprire la massima superficie possibile di gambe. Aveva notato lo sguardo di Danilo. Sapevacosa pensava. Cosa pensavano tutti. Che era grassa. Spropositatamente grassa. Il suo ragazzo precedente l’aveva tradita con una delle sue migliori amiche, proprio per quel motivo. La cosa era andata avanti per mesi, prima che lei ne venisse al corrente. Quando lo scoprì, gli urlò in faccia tutta la sua rabbia e la sua frustrazione, schiaffeggiandolo e chiedendogli perché lo avesse fatto, come avesse potuto tradirla, ferirla in quel modo, lacerarla. Lui, per tutta risposta le disse, con una pesante leggerezza e una feroce tranquillità, che non la trovava più sensuale, e che nell’altraaveva trovato la trasgressione che cercava a letto e il corpo sinuoso in stile pin-upche adorava. Quelle parole erano rimaste scolpite nell’aria davanti al suo sguardo per anni. Le vedeva a ogni risveglio, riflesse in ogni schermo, in ogni sguardo a ogni angolo di strada. Le percepiva dietro le palpebre, nel buio della sua disperazione. Poi lentamente, gradualmente, erano sbiadite e le avevano concesso di essere più o meno felice. Aveva perso peso, e anche se ancora non si sentiva perfettamente a suo agio nel suo corpo, riusciva a uscire di casa senza troppe paranoie, specialmente da quando aveva conosciuto Danilo e si era innamorata di lui.

Oh, Danilo.

Per i primi due anni si era sentita ancora una volta bella, desiderata. Poi aveva cominciato a percepire di nuovo, nelle piccole cose, quella sorta di lieve indifferenza che punge il cuore e non ti lascia dormire. Danilo notava raramente un vestito nuovo, un taglio di capelli, un trucco un po’ più marcato. E sembrava non desiderarla con lo stesso ardore. Come una paranoica professionista collezionava parole non dette, offese velate, sguardi rubati, sbuffi di sopportazione. Li metteva tutti in un grosso groppone che ingoiava ogni sera, e che si ritrovava pesante nello stomaco ogni mattina. Cercava di non far trasparire il suo dolore, ma a volte si rendeva conto di essere introversa e taciturna. Si era buttata nell’arte culinaria. Cucinava pranzi luculliani a Danilo e agli amici, e si saziava guardandoli mangiare. Faceva diete da cento calorie al giorno per due giorni la settimana, e quando aveva particolarmente fame, beveva litri e litri d’acqua per cercare di riempire quel maledetto stomaco da leone. Nel tentativo di perdere altro peso, assumeva Portolace Lasix, rispettivamente un lassativo e un diuretico, e cercava di fumare almeno un pacchetto di sigarette al giorno per contrastare l’appetito. Aveva perso alcuni chili, doveva ammetterlo, ma il suo aspetto ancora non era nemmeno lontanamente accettabile. E per aggiungere paranoie alle paranoie, erano sei mesi che non aveva nemmeno più il ciclo. All’inizio era sicura di essere incinta. Aveva preallertato Danilo, e insieme avevano atteso con cuore pesante e volto di ghiaccio la comparsa delle fatidiche due lineette del test rapido in stick, sopra il quale Melita aveva orinato. Falso allarme, non era incinta. Per sicurezza replicò il test diverse volte, ottenendo sempre il medesimo risultato. Poi, col passare dei mesi, la questione era passata in secondo piano. Aveva parlato con diverse sue amiche, le quali le avevano assicurato che poteva succedere, e che probabilmente era colpa dell’aumentato stress. Le sembrò ammissibile al punto da smettere di angosciarsi, e decise di mettere una pietra sopra tutta la questione, evitando di ripensarci. Il problema però era che, probabilmente per una concomitanza di cause quali la strana amenorrea, la sensazione di essere sempre meno desiderata dal proprio partner e la sua autostima schiacciata a livello del manto stradale, il suo appetito sessuale era praticamente assente. Cercava di non darlo a vedere, e assecondava Danilo ogni volta che aveva il desiderio di giacere con lei, ma lo faceva quasi controvoglia. E per questo si sentiva parecchio in colpa. Ma era sicura fosse una fase passeggera. Esatto. Solo un momento difficile. Si sarebbe impegnata e avrebbe ritrovato la libido di un tempo, perché lo amava. Non poteva certo continuare così, avrebbe ristabilito l’ordine nella sua mente confusa, avrebbe perso ancora qualche chilo, poi avrebbe…

La mano di Danilo le sfiorò una coscia, facendola trasalire. Si voltò di soprassalto, quasi certa che lui avesse potuto in qualche modo indovinare i suoi pensieri. Poi immaginò il suo imbarazzato rossore, e tornò a girarsi velocemente verso il finestrino. Percepì la mano di Danilo allontanarsi furtivamente.

 

La festa si rivelò un mortorio. I soliti quattro amici seduti intorno a un tavolo a parlare con orgoglio di stronzate goliardiche compiute a vent’anni, di donne avute e occasioni mancate, di rimpianti bagnati con lacrime d’alcol e intrisi di molti se avessi avuto, se avessi potuto. Il tutto condito da pizza scadente, birra e fumo di sigaretta. Danilo si annoiava. Non vedeva l’ora di buttarsi a letto, magari con Melita avvinghiata a lui. La vedeva sorridere, assorta in una vivace e segretissima conversazione con Rosy, una delle sue amiche di vecchia data. Aveva mangiucchiato controvoglia un pezzetto di pizza, e ora fumava elegantemente una di quelle sigarette lunghe e sottili, stile femme fatale. Fumava molto, in effetti. Incrociò un paio di volte i suoi occhi, finché lei, resasi conto del suo sguardo fisso, gli concesse un tacito bacio. Danilo sorrise e distolse gli occhi, fingendo di interessarsi agli stupidi discorsi da bar degli amici. Ma clandestinamente continuò a guardare Melita. Il suo volto era radioso, e Melita sembrava perfettamente a suo agio, nonostante egli ne percepisse la stanchezza e l’inquietudine nascosta tra i sorrisi. Era in apprensione per lei e per la sua condizione fisica. Aveva provato a discuterci qualche tempo prima, ma avevano finito per litigare in maniera epocale e smettere di parlarsi per tre giorni, solo perché lui si era azzardato ad accennare al suo peso. Non ne faceva una questione estetica, di quello non gli importava molto. Era solo inquieto per la salute di Melita. Le voleva bene, e si rendeva conto che lo stava allontanando, rinchiudendosi in una spirale senza uscita di paranoie sul cibo e sul proprio corpo. La riteneva tuttora una bellissima ragazza, anche se cominciava a esagerare un po’ con la perdita di peso. Ma era convinto che, una volta andati a convivere, tutte quelle piccole fissazioni si sarebbero sciolte al calore del suo amore. Sorrise, rincuorato da quel pensiero confortante. Arrivò finalmente l’ora di congedarsi, e Danilo ne fu felice: era stanco e assonnato. Salutarono amici e amiche e si rifugiarono in macchina, al riparo dal freddo pungente.

«Accendi il riscaldamento! Si gela!» biascicò la ragazza tra i brividi. Danilo spianò la ventola al massimo e, lentamente, un calduccio rilassante si propagò nell’abitacolo. Si diressero verso casa di Melita immersi nel confortante tepore, mentre fuori la fioca luce del primo mattino salutava il loro rientro. Mezz’ora dopo, tra parole e sbadigli arrivarono a destinazione. Melita era stranamente di buon umore. Aveva conversato, riso e scherzato per tutto il viaggio di ritorno dalla festa. Danilo era piacevolmente sorpreso.

«Ehi, che ti prende stasera?» disse, accarezzandole il viso. Si erano fermati nel posteggio sotto casa, nascosti appena al di fuori del cerchio di luce creato dal lampione poco distante.

Melita notò quella strana espressione che il volto del fidanzato assumeva ogni volta che Danilo non comprendeva appieno una questione. Quel mix di ingenuità e dabbenaggine la divertì, e la ragazza scoppiò in una fragorosa risata.

«Che c’è?» rispose poi, maliziosamente. «Non si può essere felici?» si protese verso di lui, impegnandolo in un lungo bacio appassionato.

«Certo» le sussurrò Danilo a un centimetro dalle sue labbra. «Vorrei tu lo fossi sempre.»

«Lo sarò, non ti angosciare. Dammi ancora qualche settimana» il suo tono era dolce e provocante. Le labbra si schiusero, mentre con la bocca sfiorava il volto del ragazzo.

«Cos’hai intenzione di fare?» chiese Danilo, scostandosi perplesso.

«Non ti preoccupare, ho detto. So che mi vuoi bene, e che mi vorresti vedere serena. Ma per esserlo, devo star bene con me stessa» replicò Melita con fermezza.

«Si parla ancora del tuopeso, vero?» sbuffò lui.

«Ehi, non ci provare a sbuffare, sai?» sibilò. «Io sono la prima che vuole sistemare la cosa, quindi lasciami perdere. Pensi che sia a mio agio in un corpo così?» domandò retorica, indicando con stizza le sue cosce e la pancia.

«Ok, va bene, non ti arrabbiare» sbraitò, rassegnato, Danilo. «Solo non capisco. Ne stai facendo una malattia. Eppure a me piaci anche così come sei.»

Lo sguardo di Melita si rabbonì, e la tensione sembrò scivolare fuori dall’abitacolo.

«Senti. Lo so che mi ami. E ne sono felice» disse, giocando nervosamente con una ciocca di capelli. Il suo sguardo era lontano, il suo pensiero proiettato nel futuro.

«Ma proprio perché mi ami dovresti capire. Io così non mi piaccio, non mi accetto. Non posso continuare a fingere di essermi rassegnata a una fisicità che non rispecchia la mia anima. Quando mi penso, mi vedo tonica e leggiadra, insomma, bella. Poi mi guardo allo specchio e vedo questo» sottolineò l’ultima parola seguendo con la mano il profilo del suo corpo.

«Ma Melita, amore mio, tu sei… »

«Smettila!» urlò Melita, isterica. «So cosa vuoi dire. Ma adesso non devi parlare, devi ascoltarmi. Cerca di vedere le cose dal mio punto di vista, dalla mia prospettiva. Se vuoi capire cosa penso, se mi vuoi aiutare, devi guardare il mondo con i miei occhi, non con i tuoi. Il problema è che tutti tengono conto solo del loro punto di vista personale. Tutto ciò che si discosta dalla loro opinione viene considerato semplicemente sbagliato. Tutte le incomprensioni e i litigi nascono da quello, lo sai? Dal fatto che nessuno provi, anche solo per un attimo, a indossare gli occhi di chi gli sta davanti» le sue mani affondarono nella borsetta alla ricerca del pacchetto di sigarette. Lo trovò e ne estrasse velocemente una. La accese e inalò un paio di rapide boccate. Il suo respiro si fece più profondo e rilassato. Danilo avrebbe voluto ribattere ma, compresa la fragilità del momento, preferì attendere che Melita concludesse il suo discorso.

«Mi vuoi aiutare?»  domandò Melita, gelida.

«Certo che lo voglio, io… »

«Allora non giudicarmi, sostienimi» lo interruppe lei.

«Lo faccio da sempre» Danilo si era ormai arreso.

«Dimmi solo ‘Sono qui con te! Vai avanti, ce la puoi fare!’» Melita prese le mani del ragazzo e le strinse delicatamente.

«Il mio cuore batte solo per te. E ha bisogno del tuo amore e del tuo sostegno per continuare a farlo. Sarai in grado di pazientare ancora un po’? Mi aspetterai per qualche settimana? Te lo prometto: diventerò bellissima, e sarò tua per sempre» premette il suo corpo facendolo aderire a quello del ragazzo, e lo baciò con passione. Danilo non riuscì nemmeno a rispondere.

«Adesso devo andare, è tardissimo» concluse, uscendo dall’automobile. Un sole freddo era sorto all’orizzonte. «Anzi, prestissimo!» ironizzò, prima di chiudersi la portiera alle spalle.

«Quella ragazza mi manderà ai matti» sussurrò Danilo al silenzio, osservandola salire le scale. Per l’ultima volta.

 

Melita Sterpi morì otto giorni dopo aver lasciato Danilo, quella sera. Nonostante l’anoressia nervosa avesse devastato il suo fisico per anni, Melita lottò per dimagrire sino al giorno della sua morte.  Durante l’ultimo mese aveva perso altri sei chili. Arrivò alla irreversibilità della malnutrizione quasi senza rendersene conto. Le cellule nel loro insieme erano state troppo deprivate di energia e si era così innescato un meccanismo chiamato apoptosi, la morte cellulare programmata, che si era propagata a cascata portando il suo giovane cuore a cedere. Alla sua morte pesava trentasei chilogrammi, ed era alta un metro e sessantasei centimetri, ma nonostante questo, i suoi occhi malati non le permettevano di percepire la gravità della situazione.

Il medico parlò di morte naturale.

Melita aveva ventitré anni.

Non essendoci bisogno di autopsia, il funerale venne celebrato due giorni dopo il decesso. I genitori di Melita erano devastati. I loro volti scavati, i loro occhi spenti, lasciavano presumere non avessero dormito per giorni. Danilo, con occhi lucidi e cuore pesante, porse loro le sue condoglianze, poi si allontanò dirigendosi verso la fine del corteo. Non sopportava la vista della bara immersa nei fiori. Non poteva tollerare l’idea del corpo di Melita, sdraiato, al buio, con il capo appoggiato al basso cuscinetto orlato e il volto a dieci centimetri dal legno laccato della cassa mortuaria.

 

Quattro mesi dopo la funzione, quando la primavera cominciava a riaccendere i colori del mondo, Danilo incontrò Marco, il padrone della casa nella quale si era svolta la festa dove erano stati anche lui e Melita. Il solo fatto di rivederlo, fece riaffiorare nella mente di Danilo una serie infinita di fotogrammi che aveva cercato di respingere in fondo alla coscienza per mesi: Melita che sorrideva, Melita che gli inviava un fugace bacio, Melita che usciva dalla sua macchina sorridente.

«Ciao Danilo» lo salutò Marco, strappandolo dai suoi dolorosi pensieri.

«Ehi, ciao» rispose mestamente. In quegli ultimi tempi, il pensiero di Melita immobile nel freddo terreno l’aveva torturato. Immagini atroci invadevano la sua mente a ogni ora del giorno e della notte. Aveva deciso di cambiare ambiente, frequentando nuovi locali e soprattutto nuove persone, al fine di cercare di dimenticare l’accaduto almeno abbastanza per ricominciare a vivere. E in parte aveva avuto successo. Almeno, fino al momento prima di incontrare l’amico.

«Come stai?» chiese Marco.

«Meglio» fu la risposta, poco convinta, di Danilo. Non aveva molta voglia di parlare e non vedeva l’ora di chiudere quella scomoda e fastidiosa conversazione.

«Ne sono felice. Non ti abbiamo più visto e… insomma, non ti sei più fatto sentire. Abbiamo immaginato volessi rimanere un po’ da solo» ipotizzò Marco, appoggiandogli una mano sulla spalla.

«Esattamente. Mi dispiace di essermi isolato, ma ne sentivo il bisogno» sibilò Danilo, sottraendosi involontariamente dal tocco dell’amico.

«Già. Il dolore è di chi rimane, vero?» sentenziò Marco, ritraendo la mano. «Pensa che anche Rosy è stata molto male. Quasi ci lascia le penne pure lei. L’hanno dovuta portare all’ospedale, e adesso è in cura da uno psicologo. Anoressia nervosa, hanno detto. Come la povera Melita. Eppure avremmo dovuto capirlo, noi amici. Soprattutto dopo il filmato della festa.»

«Filmato? Quale filmato?» chiese a bruciapelo Danilo, sorpreso e incuriosito.

«Oh, vero. Tu non l’hai visto. In effetti, non abbiamo avuto più occasione di parlare, dopo il funerale» pronunciò Marco, con una vena di risentimento.

«Sì, ehm… hai ragione» ribatté Danilo, stizzito. «Ma ti ho spiegato il perché. Avevo realmente bisogno di stare solo. Di che filmato si tratta?»

«Ecco. Te lo faccio vedere» disse Marco estraendo lo smartphone dalla tasca. «La sera della festa, te la ricordi? Oh… be’. Immagino di sì. Comunque, quella sera io e Rosy ci eravamo messi insieme da poco, da due giorni per l’esattezza. Eppure lei passava tutto il tempo con Melita. Ridevano e parlavano tra loro, e Rosy non mi degnava di uno sguardo» Danilo notò che il tono dell’amico era leggero e gioviale, come si fosse dimenticato che Melita non avrebbe mai più potuto parlare né tantomeno ridere. Poi capì. Marco non si era scordato nulla. Il fatto è che se le cose non ci toccano in prima persona, nel profondo, per noi non hanno realmente valore. L’empatia finisce nel momento in cui rischia di oltrepassare la barriera del nostro benessere personale.

«Non lo trovavo giusto. Insomma, era con me che doveva passare il tempo, non con gli altri. Allora decisi, per ripicca ma anche per estrema curiosità, di farmi un po’ gli affari loro. Puntai la telecamera del telefono nella loro direzione e le filmai di nascosto» Marco accompagnò quell’ultima esternazione appoggiando nelle mani di Danilo lo smartphone con il video in pausa sullo schermo. L’immagine che Danilo aveva davanti agli occhi era una Rosy immobile, con la bocca atta a proferire qualche parola. Al margine destro dello schermo si intravedevano le dita di una mano, che Danilo riconobbe con un sussulto come quelle di Melita. Dopo un interminabile attimo di indecisione, premette l’icona internazionale del ‘Play’, in centro all’immagine.

 

«… nto noi. Io di solito dico ai miei genitori che sono stata invitata a pranzo a casa di un’amica. Esco di casa e faccio un paio d’ore di passeggiata. Almeno brucio calorie anziché assumerne» stava dicendo Rosy scoccando a Melita uno sguardo complice.

«Poi mi sono comprata tre vestitini che letteralmente adoravo, ma li ho acquistati due taglie più piccole della mia. Li ho piazzati proprio davanti all’armadio, in camera. Così ogni volta che li vedo mi ricordo che, se ci voglio entrare, devo dimagrire per forza!» fumava. Addirittura accendeva la sigaretta successiva con le braci della precedente. Danilo vide il tremore delle sue mani, e notò l’elastico al polso sinistro.

«Indossi ancora l’elastico?» chiese, proprio in quel momento, Melita all’amica. La telecamera si spostò a inquadrare il suo viso.

Rivedere il volto che aveva amato, pensare che quello stesso volto adesso giaceva immoto nel buio, stravolse per un attimo Danilo. Bloccò il video e inspirò profondamente, affamato d’aria. Un conato strinse il suo stomaco. Chiuse gli occhi e si concentrò sul proprio respiro. La crisi, lentamente, passò. Danilo si fece coraggio, spostò leggermente indietro la riproduzione e permise al filmato di ripartire. La voce di Melita risuonò di nuovo, ripetendo la domanda. «Indossi ancora l’elastico?»

«Certo! Tu no?» esclamò Rosy, quasi allibita per quell’ovvietà. «Ogni volta che mi viene fame, me lo faccio schioccare sul polso, il dolore mi distrae e mi ricorda di non mangiare!»

«No. Io ho smesso. Mia madre aveva notato il segno rosso sul polso. In compenso, quando ho i crampi allo stomaco per la fame bevo un paio di bicchieri d’acqua con qualche fetta di limone e conto fino a cento. Funziona, ho perso qualche chilo, anche se sono ancora una balena.»

«Fai il bagno nel ghiaccio?» la incalzò Rosy.

«Perché dovrei?» rispose Melita con un’espressione sorpresa e lievemente divertita. Per un attimo il suo sguardo fu attirato in un’altra direzione, e Danilo seppe che, in quel momento, alla festa, i loro occhi si erano incontrati. L’attenzione di Melita tornò velocemente al discorso dell’amica.

«Scema, non lo sai?» sorrise Rosy «Se abbassi di parecchio la tua temperatura corporea per farla tornare a livelli normali, il tuo corpo dovrà bruciare grassi. Se ti immergi in un bagno ghiacciato per una ventina di minuti, puoi perdere fino a trecento calorie!»

«Davvero?» sorrise Melita di rimando «Questa non la sapevo!»

«E arricciarsi quando hai i crampi dalla fame, stringendosi le ginocchia fortissimo al petto? Oppure darsi dei pugni nello stomaco?» continuò Rosy senza sosta. «Ma ti devo spiegare proprio tutto?» esplose in una risata sguaiata.

«Qualche metodo lo conosco anch’io, stupida!» rispose Melita, fiera. «Mi sono iscritta l’anno scorso a un blog pro-ana, e le altre ragazze mi hanno insegnato diverse tattiche per evitare di mangiare o assumere calorie. Poi nel tempo ho cominciato a scrivere anche io e sono diventata parte del team che gestisce il blog. Abbiamo anche fondato un gruppo Whatsapp, che utilizziamo per farci forza a vicenda, quando la fame diventa insopportabile. Non immagineresti mai quante ragazze ci chiedono di partecipare, lasciano sul blog il numero di telefono o il contatto Facebook, e ci chiedono di aiutarle a diventare come noi!»

«Sì, conosco i gruppi» dichiarò Rosy. «Praticamente tutte abbiamo raggiunto o affinato l’amore per le nostre ossain un blog o in un gruppo Whatsapp.»

«Già. Sapere che ci sono persone che ti capiscono e sono come te, aiuta. Le prime volte che vomitavo mi sentivo in colpa. Poi, grazie alle ragazze, ho capito che è una cosa che facciamo tutte, e che non c’è niente di male» spiegò Melita. Il suo sguardo fu velato da un’ombra di tristezza. Danilo strinse lo smartphone spinto da un riflesso incondizionato, quasi avesse la possibilità di lenire quella tristezza ormai lontana.

«Oh, certo!» annuì Rosy. «Anche perché ogni tanto è bello poter mangiare, abbuffarsi senza ritegno, con la consapevolezza che basta infilarsi due dita in gola per redimere il proprio peccato e non accumulare lardo inutile!»

“È una follia” pensò Danilo sbigottito, fissando attonito l’espressione furbesca di Rosy. “Melita, amore mio, in che mondo perverso eri invischiata?”

Come volesse rispondere a quel pensiero, nel video lo sguardo di Melita incontrò di nuovo il suo e inviò, all’ignaro Danilo della festa, un fugace bacio e un sorriso. Continuò, poi, a parlare con l’amica.

«Esatto. A volte sei obbligata a mangiare. Tipo quando vai a cena dai parenti, o in pizzeria con il tuo ragazzo. Ma poi basta andare un attimo in bagno e risolvi tutto!» rise forzatamente. Danilo si accorse che non vi era la minima traccia di felicità sul suo viso.

«A volte penso di fermarmi, sai?» rivelò, dopo qualche secondo di silenzio.

«Davvero? Ma dai!» Rosy era incredula.

«Oh! Sì. Sicuro, fai bene! Sei molto bella così. Non hai bisogno di buttar giù altro peso» aggiunse poi velocemente, rendendosi conto dello sguardo risentito di Melita. Ma non riuscì a nascondere l’ironia pungente, che echeggiò assordante nelle orecchie dell’amica.

«No! Non puoi, non… » sbottò d’istinto Danilo, rendendosi conto della sentenza di morte che quella risposta aveva appena decretato.

«Ma prima voglio riuscire a perdere almeno altri cinque chilogrammi, entro la fine del mese» enunciò Melita, ghigliottinando le sue vane parole.

«Non vedo l’ora!» esclamò la ragazza fissando il vuoto.

Fine.

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