LA FOTOGRAFIA

Un racconto di JACOPO MONTRASI

– Marco Baretti, Enrico Scoliti ed Eleonora Perisi hanno commentato la tua foto. –
– A Francesco Brambilla e altre 344 persone piace la tua foto. –
– Francesco Brambilla ha commentato la tua foto. –

Bene” osservò Dafne, compiaciuta.
In un paio d’ore era riuscita ad accaparrarsi circa 350 Mi Piace, e una trentina di commenti.  Certo, si poteva fare di meglio. Le ultime fotografie pubblicate su Facebook avevano sempre raggiunto quota 500 e rotti nel giro di mezza giornata, quindi ne mancavano ancora almeno altri 150 per rimanere in media.
“Chissà cosa direbbero Maria e Sofia se non mi beccassi almeno 400 Like” pensò stizzita.
“Quelle due smorfiosette invidiose sarebbero capaci di svergognarmi davanti a tutta la scuola.” Accese una sigaretta fissando lo schermo muto dell’iPhone.
“Su… Dai… Quanto ci metti?”

– A Manuel Gandini, Frank Lo Bianco e altre 360 persone piace la tua foto. –

«Ok. 362. Forza. Un altro» sibilò, sbuffando ampie volute di fumo.
Erano dieci minuti che aveva bisogno di orinare, ma ogni volta che cercava di allontanarsi dalla stanza, una notifica la fermava e la trascinava verso lo smartphone, perennemente sotto carica.

– A Milena Gargantini, Davide Motta e altri 371 piace la tua foto. –

Le gocce di pioggia autunnali sfregiavano i vetri delle finestre con malinconici rigagnoli verticali. Dalla strada provenivano gli scroscianti rumori delle automobili che sfrecciavano velocemente verso la città. Al piano di sotto la televisione proiettava strane ombre sui muri, mormorando parole incomprensibili.
«Dafne… » gridò la madre dalla cucina, al piano di sotto.
«Che vuoi?» rispose con voce ruvida la ragazza.
«È pronto in tavola, scendi!» ribatté la madre.
“Ma che ore sono?” pensò Dafne, gettando uno sguardo distratto alla sveglia sul comodino
Maledizione, già le otto e mezza! Fra poco la gente comincerà a uscire di casa e la mia foto non ha raggiunto nemmeno i 400 Like” accese l’ennesima sigaretta, mentre rispondeva a un commento lusinghiero, non tanto perché avesse interesse alla risposta, ma per riportare la foto ai primi posti della bacheca di Facebook.
Scorrendo i vari post degli amici, si era resa conto che anche Sofia aveva pubblicato uno scatto provocante, con un’espressione da meretrice navigata e l’aureola di un capezzolo che si intravedeva dal reggiseno, sapientemente ribassato.
“Che cagna!” pensò seccata. “In venti minuti si è già beccata 236 Mi Piace. E tutto per una tetta… Come se ce l’ avesse solo lei.”
«Dafne, ti muovi?» bofonchiò, ormai stufa, la donna dalle scale.
«Arrivo, un secondo!» squittì indispettita, mentre controllava la percentuale di carica dell’iPhone.
“12%… maledetta batteria… ” rimuginò.
“Proprio mentre quella stronzetta si sta rubando tutti i miei Like.”
«Daaafne!!» rombò la voce del padre.
«La cena è in tavola! Si sta raffreddando tutto! Scendi subito!»
«Vi ho già detto che sto arrivando, cazzo!» urlò istericamente Dafne, staccando con violenza il cavo di ricarica dallo smartphone.
«Non ti permettere di usare quel tono, signorina» pronunciò la voce calma e profonda di suo padre, giunto silenziosamente alle sue spalle.
«Mamma ti sta chiamando da venti minuti, mi sembra il caso tu venga a mangiare.»
Scarmigliò con rassegnata dolcezza i capelli di Dafne, soffermandosi a guardare l’iPhone che, quasi volesse rispondere a quella improvvisa e inaspettata attenzione, vibrò per una nuova notifica.
«E poi smettila di sprecare ore e ore attaccata a Facebook, cerca di dare una mano alla mamma con le faccende di casa. È stanca, ne avrebbe proprio bisogno» Dafne percepì una nota di tristezza nella voce del padre, e ne scrutò per un attimo l’espressione accigliata. Le sembrò che una ruga mai scovata solcasse il volto severo dell’uomo, ma non ci prestò molta considerazione.  La sua famelica curiosità era rivolta alla notifica che brillava sullo schermo ammaliatore dello smartphone.
Ghermì con finta indifferenza l’iPhone, se lo mise in tasca e seguì il padre giù per le scale.
Giunta in cucina, non poté non notare l’espressione collerica di sua madre, seduta davanti a un piatto di spaghetti fumanti.
«Finalmente ti sei degnata di raggiungerci» esclamò la donna.
«Hai pesato la mia pasta? Me ne hai messi cinquanta grammi?» chiese Dafne, incurante del rimbrotto.
«Sì, anche se mi sembra ridicolo. Sei alta un metro e settantadue centimetri e pesi meno di cinquanta chili. Stai sparendo. Sembri malata» rispose tristemente.
«Smettila di rompere. Non voglio discutere per l’ennesima volta del mio peso, lasciami perdere» ribatté mentre prendeva posto a tavola. La madre le mise il piatto davanti e, in silenzio tornò a sedersi. L’atmosfera era stranamente pesante, come ci fosse un commensale sconosciuto al tavolo. Dafne avvertì quella sensazione di disagio, ma la attribuì al piccolo diverbio avuto nel tardo pomeriggio con quell’isterica, per il nuovo tatuaggio  sul polso.
«Non hai neanche sedici anni!» le aveva gridato come un’aquila, appena scoperto il piccolo tatuaggio nascosto sotto il cinturino dell’orologio.
«Ma è piccolissimo!» aveva ribattuto. «E se non fossi così alienata sapresti che il punto e virgola tatuato significa portare avanti un messaggio di amore per coloro che si stanno battendo contro depressione, tendenze suicide, dipendenze e autolesionismo. Ma tu sei egoista e pensi solo ai cavoli tuoi, non è vero?» usava spesso quella tattica: quando sua madre la coglieva in fallo o si arrabbiava con lei, magari per una giusta causa, Dafne non faceva altro che arrabbiarsi di più per un motivo campato in aria, e lo faceva con tanta arte e tale affinata tecnica da far passare per torto la ragione della donna.
«Buon appetito» prese parola il padre, riportandola al presente.
«Buon appetito» fu la pronta risposta di Dafne.
Cercando di non farsi notare, estrasse sotto il tavolo l’iPhone dalla tasca e lesse la notifica.

– Vincenzo Ianna, Antonella Vomero e Luciano Fardelli hanno aggiunto una reazione alla tua foto. –
– Sofia Diamante ha commentato la tua foto. –

“Sofia?” pensò perplessa.
Con delle velocissime evoluzioni del pollice, sempre cercando di non attirare l’attenzione dei suoi genitori, sbloccò lo smartphone e aprì la notifica relativa al commento.
– Bellissima! Quel vestito ti sta ancora meglio dell’anno scorso! –
«Stronza!» sbottò Dafne, senza rendersi conto di averlo pronunciato ad alta voce.
«Che ti prende? Sei impazzita?» tuonò il padre, guardandola basito.
«Scusate, ero sovrappensiero» rispose Dafne, mettendo l’iPhone sul tavolo.
«Lo sai che non voglio ti porti quel dannato telefono anche a tavola» ribatté il padre, stizzito. «E poi, io e la mamma ti dobbiamo parlare» il tono della voce si era fatto greve.
“Quella stronza ha praticamente detto al mondo che il vestito che indossavo nella foto è dell’anno scorso!” ringhiava Dafne fra sé, mentre ascoltava distrattamente il padre. “Vuole sminuirmi, quella piccola sgualdrina. Ma tu guarda a cosa si può arrivare per qualche Mi Piace in più.”
«Dafne, vedi, io e tua madre, insomma… non… non abbiamo più la sintonia di una volta. Non andiamo più d’accordo e non riusciamo più a fronteggiare la situazione» esordì il padre balbettando impacciato
«Mmm… ho capito, e quindi?» rispose Dafne, poco interessata.
«Be’, senza troppi giri di parole, abbiamo, ecco… abbiamo deciso di separarci» concluse tagliando corto la madre.
«Ah, bene. Pure questa, adesso. Complimenti, ottima scelta» ribatté Dafne, tenendo d’occhio lo smartphone. «E naturalmente a me non ha pensato nessuno. Cioè, con chi devo andare a vivere? Posso scegliere oppure lo avete già deciso a tavolino?» aggiunse, alzandosi da tavola. Ripose l’iPhone in tasca, buttandoci l’ultima fugace occhiata, poi fissò i suoi genitori in attesa di una risposta.
«Non abbiamo deciso niente» riprese il padre, chiaramente a disagio. «Però pensiamo che per i primi tempi sia meglio tu rimanga con tua madre» cercò con lo sguardo la propria consorte, per ottenere conferma alle sue parole.
«Per ora non c’è nulla di definitivo, non stiamo divorziando» diede manforte lei.
Dafne sentì vibrare una notifica dalla tasca dei pantaloni. “Maledizione. E adesso? Sarà Sofia che rincara la dose sul vestito vecchio… o forse Maria, peggio ancora! Ma come diavolo mi è venuto in mente di mettermelo? Non potevo pensare di indossare quello rosso che ho comprato venerdì scorso? Stupida! Devo trovare una soluzione… ”
«Separarsi significa prendersi una pausa, cercare di rendersi conto se sia ancora possibile costruire un futuro insieme, come una famiglia, oppure constatare che non ci siano più le energie sufficienti per continuare» spiegò il padre, senza mai incrociare il suo sguardo.
«E chi se ne va? Chi rimane qui?» lo interruppe Dafne impietosa
«Io e te staremo qui» disse la madre. «Il papà, per ora, andrà a stare in affitto al Motel in fondo alla strada.»
«Che schifo, li ci sono solo extracomunitari! Non potrei nemmeno venirti a trovare, a meno che tu non mi voglia vedere stuprata e buttata in qualche angolo… » obiettò Dafne.
«Costa poco, e poi sarebbe una soluzione temporanea» sussurrò l’uomo, vergognandosi.
«Non ho molti soldi da parte e non voglio venire meno ai miei impegni di genitore. Quindi, per un po’, il Motel andrà bene. Poi mi sistemerò da qualche parte, oppure, se le cose miglioreranno tornerò a casa» guardò di sottecchi la moglie, la quale però rispose solo con un gelido silenzio.
“Cazzo, sono un genio!” pensò nel frattempo Dafne, in preda a una incomprensibile euforia.
«Vabbè, ho capito. E comunque avete già deciso tutto anche per me. Senza chiedermi nulla»  atteggiò il volto a una severa tristezza di circostanza. «Se permettete, adesso me ne vado nella mia stanza» Comunicò freddamente.
«Vai pure» Disse la madre, interpretando la sbrigativa malinconia di Dafne come genuina sofferenza per la pessima notizia. «Ma fra un’ora scendi a salutare tuo padre.»
«Ok. Vi ringrazio per la perfetta adolescenza che mi si prospetta» rispose la ragazza, salendo le scale con passo pesante. Il padre la guardò allontanarsi e una lacrima irriverente sfuggì allo stoico controllo delle sue emozioni.  Si passò con infinito dolore una mano sul viso continuando a seguire con lo sguardo la figlia che spariva nella sua camera sbattendo la porta.
«Le spiegherai tutto?» chiese alla moglie.
«Un giorno. Quando sarà più grande. Per ora sta già soffrendo abbastanza. E soffrirà ancora, quando comprenderà che non ci sarai più nei piccoli atti quotidiani, nei gesti normali che scandiscono le ore.»
«Betta, io ti amo ancora. Come siamo arrivati a questo punto?» prese la mano della moglie fra le sue, ma lei la divincolò all’istante con fiera durezza.
«Come ci siamo arrivati? Che faccia tosta hai!» sbraitò alla volta del marito.
«Ti ho trovato a braghe calate con la tua collega, e hai anche il coraggio di chiedermi perché ci stiamo lasciando? E dirmi che mi ami ancora? Ci dovevi pensare prima di infilare la tua chiave in un’altra serratura» buttò nel lavabo le posate che aveva in mano e si mise a lavare i piatti con rabbia ostentata.
«Cristo Betta, te l’ho spiegato mille volte» esclamò il marito.
«Ah sì? E che cosa mi hai detto? Che non ti se mai abituato a fare il padre? Che non ti dedicavo più le stesse attenzioni di prima? Che non ti sentivi più desiderato?» i piatti tintinnavano pericolosamente nel lavandino pieno di schiuma.
«Pensi di essere l’unico a sentirsi così? Pensi che io sia desiderosa di arrivare sempre stanca dal lavoro, dover sbrigare tutte le faccende domestiche, non avere mai i capelli a posto, di non avere mai il tempo di truccarmi nemmeno un pochino, giusto per sentirmi carina ai tuoi occhi?» Il tintinnio dei piatti cessò, permettendo al silenzio di riempire la cucina.
«Credi che la sera, quando mi infilo vicino a te nel letto, sia felice di vederti con il muso affondato nel tablet, mentre mi auguri buonanotte senza degnarmi di uno sguardo? Cosa pensi?» si girò e lo guardò con rassegnazione.
Conoscendola ormai da anni, egli percepì, al di sotto della superficie increspata dei suoi occhi, una profonda ed amara tristezza. Anni di complicità stuprati da un’oscena, scioccante delusione.
«Voi uomini pensate di essere le vittime di casa, sempre. Ma non vi rendete conto che non siete le fatine alle quali noi donne abbiamo tagliato le ali. Siete uomini e come tali vi dovete comportare. Dovete essere la roccia, lo scoglio sul quale si infrangono tutte le intemperie della vita. Noi donne dobbiamo vedervi eretti di fronte alle difficoltà, non nascosti dietro le nostre sottane. Dobbiamo sentirci sicure tra le vostre braccia. Abbiamo bisogno di sentirci sempre belle, anzi, bellissime, ai vostri occhi. Tu mi hai tradita, e per questo mi hai strappato ogni orgoglio di essere me stessa. Hai ucciso il mio amor proprio, la mi autostima. Hai minato dalle fondamenta tutto ciò in cui credevo: amore, famiglia, l’idea di invecchiare insieme. Con un gesto hai distrutto tutto. Ora sono solo un guscio vuoto, un mattino senza sole. E la cosa deprimente è che nonostante tu sia qui davanti a me, io non veda più l’uomo che ho amato, ma solo un bambino incapace di tenerselo nei pantaloni.»
Il marito la guardò, e la vide per quello che era. Una donna quasi cinquantenne, in piedi, davanti al baratro di un futuro oscuro e incerto.
«Addirittura, sei in grado di giudicare l’intero genere maschile» dichiarò con mesta ironia.
«Sai perfettamente quello che intendevo» lo redarguì lei. «E non mi venire a dire… »
«Smettila!» esclamò il marito, interrompendola. «Adesso basta con questa gogna continua.»
«Ho sempre cercato di essere un buon compagno, premuroso e rispettoso della mia sposa. Ho sempre anteposto te a me, modellando la mia vita sulle tue esigenze, sulle nostre esigenze. Certo, abbiamo conosciuto litigi, apatie temporanee e piccole crisi. Come è naturale, l’amore si è trasformato negli anni, fino a diventare una profonda simbiosi. Ma non è mai mancata la passione, o la voglia di stare insieme. Poi è nata Dafne. Siamo diventati genitori. E tu sei diventata mamma» l’uomo si fermò e, per un attimo, fissò la moglie con tanta intensità amorosa da costringerla ad abbassare gli occhi, imbarazzata. Egli sorrise consapevole. Si sprimacciò gli occhi e prese un profondo respiro, prima di continuare. «E in quel momento mia moglie è sparita, soffocata dal tuo essere madre. Non guardarmi in quel modo. Anch’io amo alla follia Dafne, lei è tutta la mia vita. Sai che è così. Ma amavo alla follia anche te. E anche tu eri la mia vita, prima di decidere di escludermi dalla tua. Prima di buttarmi fuori dalla porta, di relegarmi in un angolo come un libro già letto. Sono stato paziente, ho aspettato, poi ho cercato di fartelo capire, ho urlato, ho lottato. Ci ho provato per più di dieci anni, Betta. Sai quanti sono? Ma non ti ho più ritrovata. E poi, un giorno come un altro, quasi impercettibilmente, mi sono distaccato. E forse è vero quel che dicono. Forse l’amore non è cieco, ma presbite, e comincia a vedere i difetti a mano a mano che ci si allontana. In effetti, ho iniziato a notare ogni tuo difetto. Non lo facevo apposta, mi saltavano agli occhi. Quelli piccoli, irrilevanti. Quando termini le frasi che pronunciano in televisione. Quando ti concentri e tieni la punta della lingua appena fuori dalle labbra. Le braccia che ti cadono come morte ai lati del corpo mentre ascolti qualcuno con attenzione. La compulsione con la quale ti mangi le unghie. E molti altri.  Insignificanti, lievi, sommessi e nascosti nelle pieghe di una vita insieme.»
Non ci fu alcuna reazione. La moglie si limitava ad ascoltare a occhi bassi, in silenzio. «E allora, invece di parlarne con me, hai preferito tradirmi per anni?» disse infine.
«Allora non capisci!» sbraitò lui. «Ho cercato di spiegartelo, ci ho provato in tutti i modi!» sbatté i pugni sul tavolo.
«Poi ho incontrato Stefania»  le mani della moglie sobbalzarono Lei se ne accorse e le nascose velocemente sotto al tavolo. «L’ho conosciuta per caso, un giorno, dopo il lavoro. Prendevo un caffè, pensieroso. Lei mi chiese lo zucchero. Niente di rilevante. Niente di significativo. Lo zucchero» il suo sguardo era corrucciato, perso nei ricordi, attento a non dimenticare nessun particolare. «Abbiamo parlato molto, del più e del meno. Abbiamo scoperto con sorpresa di lavorare per la stessa società, in due uffici vicini. Poi ci siamo dati appuntamento per il giorno successivo. Ho preso ferie, ma non ti ho detto nulla. E invece di andare a lavorare, ho incontrato lei. Quasi per gioco, per trasgressione. Poi le cose sono andate avanti da sole. Ci siamo trovati in un letto, imbarazzati come due adolescenti alla loro prima volta. Mi sono sentito desiderato, come non mi sentivo da anni. La sera sono tornato da te, a casa. Tu eri qui, in cucina. Ho avuto un moto di rimorso e di affetto nel vederti preparare la cena per tutti. Mi sentivo in colpa, come mai mi ero sentito nei tuoi confronti e in quelli di Dafne. Avevo appena deciso di troncare subito con Stefania e di dimenticare in fretta quella sbandata, in nome dell’amore e della famiglia. Sì, avevo sbagliato, e sì, tu mi amavi e non ti meritavi un simile comportamento. Ti ho abbracciato, da dietro, e ti ho baciata sul collo. Sai qual è la prima cosa che mi hai detto?» attese che la moglie rispondesse, ma lei continuò a restare testardamente in silenzio, guardandosi le mani strette sotto il tavolo.
«Smettila» continuò lui. «Mi hai detto di smetterla di baciarti e di pensare a portar fuori la spazzatura. Ed è stato quel momento, una semplice frase detta con leggerezza, quella è stata la piuma che ha rotto definitivamente l’equilibrio. Ho capito che con te non avrei più potuto essere felice.»
«Se eri tanto infelice, perché non mi hai lasciata? Perché hai mantenuto il piede in due scarpe per più di quattro anni? E soprattutto, perché ora menti spudoratamente dicendo di amarmi ancora? Chi ama non tradisce. Chi tradisce non ama che se stesso» sbottò lei. Alzò gli occhi per fissarlo, e il marito vide che lacrime amare rigavano il suo volto stanco e sofferente. Ebbe l’improvvisa voglia di accarezzare quel volto, di coprire di baci quegli occhi che per molti anni erano stati per lui come acqua fresca in una giornata di sole.
«Ti ho già detto che la mia relazione con Stefania è ripresa solo poche settimane fa. E che abbiamo rifatto l’amore solo quella volta in cui tu ci hai, be’… hai capito. Per quattro anni ho evitato di rivederla, perché volevo tornare a essere felice qui, a casa mia. Quante volte ti ho chiesto di uscire a cena? O di andare a farci un weekend? Quante volte hai inscenato mal di testa o stanchezza quando cercavo di fare l’amore con te? L’importante era avere la casa pulita, perché non si sa mai, fondamentale ogni weekend, invece di uscire, andare a pranzo da tua madre, altrimenti si offende, è domenica! e fare ogni giorno tutte quelle cose così banali e noiose, da uccidere ogni voglia di vivere».
Non fumava da anni, anzi, intimava spesso Dafne di smetterla con tutte quelle sigarette, lamentandosi di quanto fosse fastidioso l’odore di fumo per casa, ma in quel momento di dolore, quello stesso odore che proveniva dalla camera della figlia, si era trasformato in un profumo inebriante e irresistibile. Valutò seriamente la possibilità di andare di sopra e sfilare una sigaretta alla figlia. Poi si ricordò della piccola scorta che Dafne teneva nascosta nel cassetto della credenza in salotto. In quel momento, entrambi percepirono nettamente un pianto convulso provenire dal piano di sopra.
«Dafne!» esclamò la madre, precipitandosi verso le scale.
«Betta, aspetta!» la bloccò il marito, prendendola per un braccio.
«Lasciala sfogare. Probabilmente ci ha sentiti litigare. Ha solo quattordici anni, dalle il tempo di metabolizzare.»
«Mia figlia ha bisogno di me! Lasciami subito» sussurrò Betta fuori dai denti liberando il braccio dalla presa.
Si precipitò sulle scale ma, arrivata a metà, si rese conto di cosa avesse voluto dirle il marito. Un improvviso peso la schiacciò al suolo. Si ricordò dei tempi felici, di quando Dafne era bambina, di quanto era bello stare tutti insieme, dei sorrisi e dei baci del marito, delle sere passate a fare l’amore e della colazione a letto la domenica mattina.
«Come siamo arrivati a questo punto?»
Si sedette sugli scalini, la testa fra le mani.

A Maria Colonnelli e altre 621 persone piace la tua foto. –
– Alberto Nerconi, Severino Azzolini e Roberto Fontana hanno commentato la tua foto. –
– A Sofia Diamante e altre 622 persone piace la tua foto. –

«Ah, Ah! Stronza!» civettò Dafne, eccitata.
«Hai messo il tuo Like, finalmente! Ti è costato molto, vero?» si alzò in piedi e saltellò felice sul letto.
Ce l’aveva fatta, aveva sbaragliato tutte le sciacquette della scuola. Canticchiò un motivetto da stadio mentre si rimirava soddisfatta nello specchio davanti al letto.
«Chi è la migliore? Chi è la più desiderata? Chi? Che domande! Dafne. La ragazza più gnocca di tutto il Liceo» si pavoneggiò davanti allo specchio con le mani intrecciate sopra la testa, simbolo di vittoria. Poi, una nuova notifica la fece fiondare sullo smartphone.

– Violetta Zamboni ha commentato la tua foto. –
– A Bastiano Bucci e altre 637 persone piace la tua foto –

Lacrime di gioia le inondarono il viso. Non riuscì a fermarsi e si trovò a singhiozzare uggiolando davanti allo schermo dell’iPhone.
«Oddio!» urlò tra le lacrime.
Violetta Zamboni frequentava la classe quinta, aveva diciassette anni e usciva con quelli dell’Università. La venivano a prendere davanti scuola, con la macchina! Era la ragazza più imitata, desiderata, ambita e rispettata di tutta la scuola. E naturalmente era anche quella più invidiata. E aveva messo il suo sigillo sulla foto di Dafne. Con il cuore in gola, cliccò velocemente sulla notifica del commento e lesse, centellinando ogni parola.
– Mi dispiace per te, ti sono vicina. Stai bene con il trucco scuro. Ci vediamo a scuola. VZ — 
«VZ! Violetta Zamboni!» esclamò Dafne, ancora incredula. Rimirò il trucco in stile “Emo”, con quel tocco di stobeneanchedasolamahotantobisognodiamore che non guastava mai e si accese una sigaretta per darsi un tono.
«Ci vediamo a scuola, ha scritto!» rise mentre cliccava “Mi Piace” sul commento della compagna di Liceo.
«Sono proprio un genio!» aprì la finestra e guardò fuori. La serata era fresca e serena, e i grilli suonavano solo per lei la loro serenata. In lontananza, dolce come l’urlo della sirena di una nave mentre lascia silenziosamente il porto, sentì una porta chiudersi.
«Non vedo l’ora sia domani» sospirò felice.
Un colpo di tosse lo fece quasi rimettere. Schiacciò con forza la sigaretta nel posacenere.
«Idea stupida» disse, mentre raggiungeva a passo lento la sua stanza, dove aveva lasciato la valigia.
Entrare per l’ultima volta in quella camera, vedere il letto matrimoniale dove per anni aveva dormito con la moglie, fu come prendere un pugno diretto nello stomaco. Si fece forza e radunò le ultime cose che aveva lasciato in giro. Prese il tablet e lo ripose nella tasca davanti della valigia. Mise le chiavi della macchina in tasca. Strappò il pigiama da sotto il cuscino e lo buttò nei panni da lavare.
“Verrò a prendere anche te, fra qualche giorno” pensò.
Infilò il portafogli nella tasca interna della giacca e si diresse verso le scale, per andare a salutare Dafne.
Arrivato in cucina, sentì la moglie piangere sommessamente sulle scale; decise di aspettare qualche minuto, per non aggiungere altro imbarazzo a quella già difficile situazione. Appoggiò le chiavi della macchina sullo stipite della cucina, tornò in camera ed estrasse il tablet dalla valigia. Non voleva pensare. Il suo cervello era saturo.
Cliccò sull’icona di Facebook e cominciò a guardare senza vedere i vari post pubblicati dagli amici.
A un tratto si fermò, riconoscendo una fotografia di Dafne.
La foto era stata postata mezz’ora prima. Dopo cena, mentre lui e Betta stavano litigando.
Dafne era sdraiata sul letto, un pesante trucco nero sugli occhi. Indossava una minigonna in pelle e un corpetto di pizzo nero. Il selfie era stato scattato dall’alto, con il braccio teso sopra la testa. Il seno era in bella mostra e la piega del braccio ne accentuava le forme. Il volto era atteggiato a provocante, estrema, sensualità.
Lesse la didascalia della foto, e uno stiletto si infilò profondamente nel suo cuore.
– I miei genitori si stanno separando…  🙁
Triste io! Chi viene a consolarmi? –
Preferì non leggere i commenti di risposta. Il tremore delle sue mani guidò ironicamente il suo pollice a cliccare “Mi Piace” sulla foto della figlia. Spense il tablet e lo rimise al suo posto. Si vesti di fretta, prese il suo povero bagaglio e si diresse verso la porta di casa.
«Bastiano… » sussurrò la voce di Betta alle sue spalle.
Si girò e vide sua moglie, piccola e triste nel suo trucco disfatto, porgergli le chiavi della macchina.
«Non saluti Dafne?» chiese la moglie.
Sorrise tristemente senza rispondere, mentre prendeva le sue chiavi. Accarezzò il volto della moglie e la salutò, con tutta la dolcezza di cui era capace.
«A presto, amore mio» furono le sue ultime parole, prima di chiudersi la porta alle spalle.
L’aria della sera lo colpì, gelida, sul volto. I grilli urlavano il loro disappunto ai lati del vialetto.
Bastiano Bucci entrò in macchina ed accese i fari.  Il buio si ritirò rispettoso davanti al suo fallimento più grande. Guardò in alto, e vide Dafne alla finestra, gli occhi indifferenti rivolti verso un domani senza di lui.

 

Fine.

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